{"id":6299,"date":"2011-07-29T15:36:29","date_gmt":"2011-07-29T13:36:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=6299"},"modified":"2011-07-29T15:36:29","modified_gmt":"2011-07-29T13:36:29","slug":"6299-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=6299","title":{"rendered":"Giorgio Bocca: il discorso sulla lingua non \u00e8 una questione astratta"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-6307\" style=\"margin-top: 4px; margin-bottom: 4px; margin-left: 6px; margin-right: 6px;\" src=\"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/bocca.jpg\" alt=\"\" width=\"228\" height=\"224\" \/>Un interessantissimo e inaspettato articolo di Giorgio Bocca sul <a href=\"http:\/\/periodici.repubblica.it\/venerdi\/?num=1219\" target=\"_blank\">&#8220;Venerd\u00ec di Repubblica&#8221; del 29 luglio 2011<\/a>. Si intitola &#8220;Il rischio di scivolare da una lingua noiosa al qualunquismo&#8221; e sottolinea il fatto come le lingue naturali (che lui chiama &#8220;dialetti, ovviamente) fossero molto pi\u00f9 vive e vere dell&#8217;italiano artificiale, anticamera del qualunquismo. Notevole davvero, una bella sorpresa da parte del giornalista novantenne. Eccolo riportato qui sotto (le frasi in lingua piemontese le ho riscritte io in grafia normalizzata, perch\u00e9 come erano riportate da Repubblica c&#8217;era da mettersi le mani nei capelli)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>(Ripreso dal profilo <a href=\"http:\/\/www.facebook.com\/groups\/nospotrai\" target=\"_blank\">Contro lo spot RAI sui &#8220;dialetti&#8221;: vergogna, sono lingue vive!<\/a>)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><br \/>\n<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Fatti Nostri di Giorgio Bocca, da &#8220;Il Venerd\u00ec di Repubblica&#8221; del 29 marzo 2011<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"color: #888888;\">Il rischio di scivolare da una lingua noiosa al qualunquismo<\/span><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abRispetto alla monotonia e all&#8217;opacit\u00e0 plastica del politichese e della lingua allo stato attuale di imbalsamazione, la lingua dei dialetti, nativa e creativa, era ricca di innovazioni. Si nutriva, per cominciare, dei nomignoli, di ogni persona o cosa non si accontentava di un nome ufficiale, trovava un nome evocativo, caricaturale, che ne dipingeva a gradi esatti il carattere. Uno di pelle scura e di modi autoritari diventava \u00ebl negher, ogni diversit\u00e0 fisica era ricordata e cucinata in varie forme: \u00ebl dritt, \u00ebl s\u00f2pp, \u00ebl quattreuj per dire il miope con gli occhiali. C&#8217;era del prefabbricato, dell&#8217;usato, in tutti i dialetti come in tutte le forme di comunicazione, ma non si perdeva mai completamente il vigore della vita, della riconoscibilit\u00e0. Di uno che era basso di statura si diceva &#8220;va a spass\u00e9 con \u00ebl cul&#8221;.<br \/>\nQuello che colpisce in un italiano che oggi voglia descrivere il prossimo \u00e8 che dalla sua bocca esce un linguaggio chiaro, lucido, ma freddo, noioso, una litania mandata a memoria che a ogni interruzione viene ripresa dal punto di partenza. Sar\u00e0 effetto della vecchiaia, della memoria lunga, ma spesso mi sorprendo a parlare in piemontese, a usare detti e motti dialettali anche pi\u00f9 difficili da pronunciare che in italiano, vedi &#8220;doi povron bagn\u00e0 &#8216;nt l&#8217;euli&#8221; (due peperoni intinti nell&#8217;olio) o &#8220;d\u00ebstort\u00f3ite&#8221; per dire sciogliti, sii sincero. Anche al tempo dei dialetti ci fu differenza tra quello usato dal popolo e quello dalla classe dirigente, ma in pratica il dialetto era una lingua popolare comprensibile a tutti, era la lingua con cui potevi rivolgerti a una guida alpina come a un capufficio o a un ufficiale, era la lingua con cui Vittorio Emanuele II si rivolgeva ai soldati piemontesi nella battaglia di San Martino: &#8220;Fieuj, domse da f\u00e9 p\u00ebrch\u00e8 se n\u00f2 San Martin (tradizionalmente il giorno del trasloco dei mezzadri) an lo fan f\u00e9 a noi&#8221;.<br \/>\nQuesto discorso sul dialetto e sulla lingua non \u00e8 una questione astratta, ma riguarda un problema gravissimo per la civilt\u00e0 di un Paese, riguarda la possibilit\u00e0 di avere una lingua veramente espressiva e compresa da tutti. I telegiornali e le altre informazioni politiche sono praticamente inascoltabili: una rifrittura di parole che non significano pi\u00f9 niente, di luoghi comuni verniciati e inespressivi. Il discorso politico degli italiani, il modo italiano di occuparsi di politica con questa lingua asfittica \u00e8 praticamente impossibile. Nella Camera dei deputati e negli uffici della politica si parla il &#8220;politichese&#8221;, un linguaggio burocratico noioso, senza colore e senza sapore.<br \/>\nUn deputato vale l&#8217;altro, un partito vale l&#8217;altro: tutti ripetono delle formule stantie, solo raramente qualche uomo politico di spicco e di carattere riesce a ritrovare una comunicazione persuasiva o comunque interessante. La noia \u00e8 la madre del qualunquismo\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un interessantissimo e inaspettato articolo di Giorgio Bocca sul &#8220;Venerd\u00ec di Repubblica&#8221; del 29 luglio 2011. 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