{"id":2710,"date":"2010-12-27T15:09:00","date_gmt":"2010-12-27T14:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=2710"},"modified":"2010-12-27T15:09:00","modified_gmt":"2010-12-27T14:09:00","slug":"scrivere-in-una-lingua-regionale-lesperienza-piemontese-considerata-dallesterno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=2710","title":{"rendered":"Scrivere in una lingua regionale: l\u2019esperienza piemontese considerata dall\u2019esterno"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify; padding-left: 240px;\"><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px; color: #800000;\">1. L\u2019antagonismo linguistico dei nostri tempi<\/strong><\/p>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\">\n<figure id=\"attachment_2846\" aria-describedby=\"caption-attachment-2846\" style=\"width: 200px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-2846  \" title=\"Universitat_Zurich_cita\" src=\"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/Universitat_Zurich_cita.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"196\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-2846\" class=\"wp-caption-text\">L&#8217;Universit\u00e0 &#8216;d Zurich<\/figcaption><\/figure>\n<p><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Stiamo vivendo un\u2019epoca di cambiamenti conflittuali. La situazione delle lingue del mondo subisce dei profondi rivolgimenti e si trasforma in modo accelerato. Ci\u00f2 che pi\u00f9 colpisce a prima vista \u00e8 il fatto che la diversit\u00e0 linguistica dell\u2019umanit\u00e0 si stia sciogliendo, che la molteplicit\u00e0 delle lingue si stia impoverendo. Pi\u00f9 che mai nella storia, le lingue cosiddette &#8220;minoritarie&#8221; sono minacciate da un numero limitato di lingue forti, cio\u00e8 le lingue nazionali e internazionali che ancora rimangono e che per di pi\u00f9 prosperano e si vigoreggiano a detrimento di tante altre lingue meno diffuse. A pi\u00f9 lungo termine, anche queste lingue forti non sembrano fuori pericolo. L\u2019ascensione dell\u2019inglese, che attualmente risulta essere l\u2019unica lingua universale, pare invincibile. Tuttavia, con questo aumento di unit\u00e0 sempre pi\u00f9 estese, con l\u2019avvento di lingue sempre pi\u00f9 potenti, con la dominazione sempre pi\u00f9 opprimente di un\u2019unica fra di loro, assistiamo allo stesso tempo a una notevole ondata di lingue regionali e locali, a una consapevolezza generale dei pericoli associati all\u2019uniformazione del linguaggio, alla ricomparsa massiccia di rivendicazioni identitarie radicate in un ambiente immediato e ancestrale. L\u2019attuale situazione linguistica \u00e8 caratterizzata da due tendenze divergenti, dal conflitto esistente tra queste due forze opposte, da un antagonismo fondamentale. Viene opposta alla globalizzazione galoppante (per lo meno da alcuni tra di noi) una resistenza per cos\u00ec dire &#8220;particolarizzante&#8221;. Di fronte all\u2019invasione di una civilizzazione mondiale, sempre pi\u00f9 superficiale e monotona, alcuni tra di noi difendono con risolutezza il diritto alla differenza, questo diritto inalienabile e fondamentale di per s\u00e9. Durante questi ultimi decenni abbiamo osservato il progresso di una monocultura a livello mondiale e contemporaneamente la promozione mai vissuta finora dei particolarismi, alla rinascenza delle culture regionali.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Tra le circa seimila lingue ancora parlate nel mondo d\u2019oggi, solo trentasei sono usate da pi\u00f9 di venti milioni di locutori. La stragrande maggioranza delle lingue \u00e8 praticata da minuscoli gruppi di esseri umani, che talvolta sostengono una lotta accanita per mantenere, costi quel che costi, la loro specificit\u00e0 linguistica e culturale, ma che, a volte, hanno gi\u00e0 ceduto alla magia e alle affabulazioni delle vicine culture dominanti che li accerchiano. Il rinascimento delle culture regionali in Europa fa parte di un dramma che si svolge sui cinque continenti. Conviene chiedersi in che cosa consiste questa conflittualit\u00e0, questa contraddizione profonda. Possiamo tracciare le sue grandi linee come segue.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Da una parte ci troviamo di fronte ad un avanzamento apparentemente incontrollabile dell\u2019efficacia comunicativa. L\u2019ampliamento delle grandi lingue nazionali e internazionali fa in modo che gli spazi di comunicazione si allarghino sempre di pi\u00f9. Secondo il modello dello stato-nazione di tipo francese o inglese, cio\u00e8 questi modelli talmente attraenti e allo stesso tempo cos\u00ec ambigui, ogni spazio delimitato da frontiere costituisce un campo indivisibile di validit\u00e0 della &#8220;valuta comunicativa&#8221;. Ogni cittadino \u00e8 in grado, o per lo meno dovrebbe essere in grado, di partecipare alla vita della nazione tramite la lingua nazionale. In questa ottica, ogni sviluppo che mira a ridurre l\u2019universalit\u00e0 della lingua nazionale sembra minacciare non solo l\u2019unit\u00e0 ma anche la vita civile. Questo sviluppo deve essere interpretato come una violazione dell\u2019integrit\u00e0 dello spazio comunicativo.Tuttavia, questo discorso non \u00e8 altro che una concezione a doppio taglio. Man mano che le patrie perdono la loro importanza e si uniscono in unit\u00e0 pi\u00f9 vaste, il valore delle lingue nazionali subisce anch\u2019esso una diminuzione progressiva. Se accettiamo la scomparsa delle parlate locali e regionali, saremo costretti ad accettare un bel giorno che spetti alle lingue nazionali di cedere il loro posto alle poche lingue veicolari che saranno sopravvissute e che rimanga, a termine pi\u00f9 o meno lungo, l\u2019unica lingua a vocazione autenticamente globale, cio\u00e8 l\u2019inglese. Non penso che sia questo ci\u00f2 che desiderano i difensori di un giacobinismo all\u2019interno delle frontiere delle loro rispettive nazioni.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Esiste una vera e propria antitesi alla tendenza di un ampliamento sempre pi\u00f9 dominante del principio dell\u2019efficacia, come abbiamo appena visto. C\u2019\u00e8 il movimento contrario che incita a risalire alle fonti, a ritrovare le identit\u00e0 irriducibili, lo scompartimento cosciente dello spazio comunicativo. La logica dell\u2019efficacia sembra certo ineluttabile, ma non \u00e8 tuttavia onnipotente. Ci si pu\u00f2 infatti chiedere il perch\u00e9. Perch\u00e9 conservare parlate a portata ridotta quando possediamo strumenti di comunicazione molto pi\u00f9 potenti e pi\u00f9 efficaci? Prendiamo un esempio concreto: perch\u00e9 impuntarsi sulla preservazione o il rafforzamento delle lingue come il catalano, il galiziano o il basco, quando abbiamo a disposizione lo spagnolo, che \u00e8 una lingua parlata da pi\u00f9 di trecento milioni di locutori, una delle rare lingue ancora in grado di affrontare la crescita irreprimibile dell\u2019inglese? Perch\u00e9 rinunciare volontariamente ad un mezzo di comunicazione incomparabilmente pi\u00f9 ricco e potente? Citiamo pure anche il caso del russo. Perch\u00e9 abbandonare in tutta coscienza il russo, che \u00e8 una lingua veicolare provvista di tanti privilegi e numericamente la pi\u00f9 importante delle lingue parlate in Europa, per poi rifugiarsi in lingue come il lituano, il georgiano, l\u2019armeno o il kas\u00e0k? Oppure, scendiamo di un grado nella gerarchia delle lingue e chiediamo perch\u00e9 opporre al piccolo imperialismo georgiano (che, quanto a lui, fa fatica a mantenersi di fronte al grande imperialismo russo) una resistenza violenta che invoca un\u2019identit\u00e0 abkasa unica e irriducibile? Sono queste le domande alle quali \u00e8 difficile rispondere se consideriamo solo la logica dell\u2019efficacia comunicativa.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Sono del parere che \u00e8 impossibile afferrare la situazione linguistica nel mondo d\u2019oggi e le situazioni politiche e sociali correlate senza considerare il fatto che la diversit\u00e0 linguistica \u00e8 un dato antropologico fondamentale. \u00c8 ovvio che la facolt\u00e0 umana del linguaggio si esprime in un\u2019infinit\u00e0 di lingue particolari. Per\u00f2, ci\u00f2 che conviene sottolineare \u00e8 il carattere irriducibile della diversificazione. La diversit\u00e0 linguistica non \u00e8 un fattore aleatorio, non \u00e8 nemmeno un incidente di percorso o semplicemente un ostacolo che l\u2019umanit\u00e0 avrebbe da superare nel suo cammino verso l\u2019unit\u00e0 finale. Questa diversit\u00e0 \u00e8 un dato fondamentale, irriducibile, inalterabile, della condizione umana. L\u2019umanit\u00e0 si divide in sottogruppi che, evidentemente, non formano specie nel senso biologico del termine, ma che non per questo sono prive di una forza separatrice impressionante e spesso temibile. Secondo una formula di Eric Ericson ripresa poi dal celebre etologo Konrad Lorenz, si tratta di una &#8220;pseudo-speciazione&#8221;, di un processo di diversificazione interna che rievoca la speciazione biologica, visto che crea delle barriere di comunicazione non in termini genetici ma in termini di linguaggio. La diversificazione all\u2019infinito delle lingue umane \u00e8 il corollario necessario della nostra facolt\u00e0 linguistica. C\u2019\u00e8 una sorta di controreazione proveniente dal nostro intimo ad ogni tentativo d\u2019uniformazione globalizzatrice, contro il rullo compressore di una civilizzazione e di una lingua unitarie e totali. Nonostante le ragioni apparentemente irrefutabili di una certa logica economica, ci concediamo il &#8220;lusso&#8221; della diversit\u00e0. Anche i locutori di lingue a diffusione supranazionale si voltano verso il passato e fanno rivivere il loro patrimonio ancestrale prima ch\u2019esso sia definitivamente scomparso. Efficacia contro identit\u00e0, ecco le parole-chiave di un antagonismo profondo che sottende vari conflitti nel mondo attuale. Anche l\u2019esperienza piemontese trova il suo posto in questo antagonismo.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px; color: #800000;\">2. &#8220;Lingua&#8221; e &#8220;dialetto&#8221;: questioni di definizione e di applicazione<\/strong><\/p>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Per delineare la questione conviene esprimere qualche considerazione a proposito dei termini tanto dibattuti &#8220;lingua&#8221; e &#8220;dialetto&#8221;. Nell\u2019uso prescientifico di questi termini i criteri non sono n\u00e8 chiaramente caratterizzati n\u00e8 rigorosamente definiti. Nell\u2019obiettivo di riordinare un poco questo terreno caotico e pericoloso l\u2019approccio di Heinz Kloss pu\u00f2 essere utile come punto di partenza. L\u2019elemento essenziale di questo approccio \u00e8 la separazione chiara tra fattori interni e fattori esterni. Quelli interni e meramente linguistici riguardano solo la distanza che separa i due sistemi. Di conseguenza, due variet\u00e0 linguistiche possono essere considerate come &#8220;lingue&#8221; se la distanza strutturale tra di loro \u00e8 abbastanza grande. Se per\u00f2 questa distanza rimane inferiore ad un certo livello le variet\u00e0 in questione saranno qualificate &#8220;dialetti&#8221;. In questo caso si parler\u00e0 di &#8220;lingua per distanza&#8221;, o Abstandsprache, per usare il termine tedesco, che viene usato tale e quale in inglese. Si deve ammettere tuttavia che i linguisti non si sono ancora affatto concertati sul grado di distanza dal quale due variet\u00e0 linguistiche possono essere considerate come lingue. Essendo un rappresentante della scuola tipologica, insisterei innanzitutto sulle differenze tipologiche profonde, come la struttura del sistema vocalico o il tipo accentuale nell\u2019ambito fonetico o, in quello morfosintattico, sul tipo di marca nelle relazioni fondamentali (soggetto, predicato, oggetto) e la struttura del sistema dei tempi e dei modi nel verbo. Questo tipo di differenze \u00e8 molto pi\u00f9 importante che la ripartizione di tale o tal\u2019altro tratto fonetico o la strutturazione del lessico, che rappresenta la parte pi\u00f9 variabile e incostante di ogni lingua.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Per quanto riguarda i fattori esterni, bisogna considerare una serie di criteri, tutti riferiti al grado di elaborazione di registri &#8220;superiori&#8221;, cio\u00e8 al di l\u00e0 della comunicazione orale di base. Nelle nostre civilt\u00e0 moderne si tratta principalmente di registri scritturali. Si pu\u00f2 stabilire una gerarchia molto semplificata di questi registri (per ordine ascendente):<\/span><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"padding-left: 150px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">&#8211; \u00a0 \u00a0 \u00a0 uso letterario<\/span><\/div>\n<div style=\"padding-left: 210px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">poesia<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">teatro<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">prosa narrativa<\/span><\/div>\n<div style=\"padding-left: 150px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">&#8211; \u00a0 \u00a0 \u00a0 uso non letterario \/ linguaggi specializzati<\/span><\/div>\n<div style=\"padding-left: 210px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">storia, filologia, scienze umane<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">giurisprudenza, amministrazione, politica<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">scienze esatte, tecnologia<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify; padding-left: 120px;\"><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00c8 possibile inoltre differenziare i registri secondo il campo d\u2019applicazione: temi locali (riferimento locale o regionale) e temi universali (riferimento nazionale o globale). Una variet\u00e0 linguistica \u00e8 pi\u00f9 o meno elaborata secondo la posizione che occupa su questa scala. Per illustrare questo discorso, citerei due esempi geograficamente vicini ma tipologicamente molto differenti. L\u2019aragonese, per il quale alcuni rivendicano lo statuto di &#8220;lingua&#8221;, possiede praticamente solo un registro poetico che si riferisce esclusivamente alla vita regionale; il catalano, lingua nella quale invece vengono pubblicate ogni anno opere tecniche e pure delle enciclopedie universali. Da un punto di vista storico, l\u2019aragonese \u00e8 una lingua sorella dello spagnolo tanto quanto il suo vicino potente, ma per quanto riguarda l\u2019elaborazione di registri &#8220;superiori&#8221;, non \u00e8 per niente comparabile al catalano attuale. Se dev\u2019essere classificato come &#8220;lingua per distanza&#8221; con lo stesso diritto che il catalano, non pu\u00f2 tuttavia aspirare allo statuto di &#8220;lingua per elaborazione&#8221;. Secondo i fattori esterni rimane sottomesso allo spagnolo come &#8220;dialetto&#8221;, bench\u00e9 non sia storicamente derivato da esso (come sarebbe invece il caso per l\u2019andaluso).<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Nel discorso pubblico predominante i due tipi di criteri sono spesso mescolati in maniera inestricabile, suscitando in questo modo malintesi ed equivoci d\u2019ogni sorta, quando non si tratti di un deviamento volontario ad uno scopo preciso. L\u2019uso dei termini di &#8220;lingua&#8221; e &#8220;dialetto&#8221; non \u00e8 sempre innocente n\u00e9 politicamente neutro! Esistono poi delle differenze nazionali notevoli. In Italia, il termine di &#8220;dialetto&#8221; \u00e8 meno peggiorativo che altrove visto che le variet\u00e0 linguistiche della Penisola godono finora di buona salute e di un certo prestigio sociale e storico. Contrariamente all\u2019uso generale, il dialetto italiano \u00e8 usato nel senso di &#8220;variet\u00e0 inferiore <em>(low variety<\/em> secondo Ferguson) in una situazione diglossica&#8221;. In questo modo, il termine si oppone alla lingua che serve a designare la &#8220;variet\u00e0 superiore <em>(high variety)<\/em> in una situazione diglossica&#8221;. In Francia, invece, il termine di &#8220;dialetto&#8221;, e pi\u00f9 ancora il termine quasi sinonimo di <em>&#8220;patois&#8221;<\/em>, ha preso delle connotazioni davvero negative. In Spagna, si tende oggi a usare a casaccio il termine di &#8220;lingua&#8221;, frequentemente con intenzioni politiche chiare, creando cos\u00ec, in modo artificiale, delle unit\u00e0 autonome laddove in termini storici e linguistici ci sono infatti solo dialetti &#8211; basta pensare in particolare alla battaglia della cosiddetta &#8220;lingua valenziana&#8221;! <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Per quanto riguarda il piemontese, possiamo riassumere la situazione nel modo seguente. Dall\u2019aspetto interno si tratta della variet\u00e0 di un diasistema diverso dal toscano e, dunque, non \u00e8 certamente giustificabile classificarlo &#8220;dialetto dell\u2019italiano&#8221;. Da quello esterno, il piemontese attuale \u00e8 una variet\u00e0 mediamente elaborata. Rimane essenzialmente sottomesso quanto &#8220;dialetto&#8221; (nel senso italiano del termine) alla lingua nazionale, come tante altre variet\u00e0 della Penisola, nonostante una propria personalit\u00e0 che si impone con sempre pi\u00f9 vigore. In seguito, considereremo queste due constatazioni pi\u00f9 in dettaglio.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\"><span style=\"color: #800000;\">3. La specificit\u00e0 linguistica del piemontese<\/span><\/strong><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Dopo Graziadio Ascoli i romanisti si sono messi d\u2019accordo sul fatto di attribuire i dialetti del nord dell\u2019Italia a un campo specifico che \u00e8 stato deciso di chiamare &#8220;gallo-italiano&#8221;. Questo campo \u00e8 composto oltre che dal piemontese anche dall\u2019insieme delle parlate lombarde, liguri ed emiliane. Le parlate venete occupano un posto particolare perch\u00e8 pi\u00f9 vicine ai dialetti centrali. Secondo certi autori i tre rami del retoromanzo, cio\u00e8 il friulano, le parlate ladine e quelle romanze dei Grigioni ne farebbero ugualmente parte. Presenta inoltre delle similitudini, anche se pi\u00f9 lontane, con le parlate franco-provenzali. La rete di isoglosse \u00e8 estremamente complessa. Ci situiamo nel cuore stesso della Rom\u00e0nia e constatiamo senza sorpresa che dei legami innumere- voli collegano questa zona alle regioni vicine.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00c8 stata dibattuta a lungo la questione della classificazione del catalano. Appartiene al gruppo ibero-romanzo o al gruppo gallo-romanzo? Numerosi argomenti sono stati presentati in favore di un\u2019ipotesi o dell\u2019altra. Per finire ci si \u00e8 dovuto arrendere all\u2019evidenza: il catalano \u00e8 in verit\u00e0 una<em> lengua puente<\/em> (secondo una formula proposta da Antonio Badia Margarit, 1955; vedere anche Baldinger 1971: 125-160), una lingua dunque che serve da ponte tra la Gallo-Rom\u00e0nia e l\u2019Ibero-Rom\u00e0nia e che presenta delle affinit\u00e0 tanto con una che con l\u2019altra. Questa constatazione di ordine linguistico corrisponde pienamente alla sua geografia e al suo divenire storico. <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Nello stesso modo pare evidente che si debba considerare anche il piemontese come il prototipo stesso di una <em>&#8220;lingua ponte&#8221;<\/em>. Costituisce per s\u00e9 stesso e insieme con i suoi vicini il passaggio tra i campi italo-romanzo e gallo-romanzo. Nelle terre dell\u2019antica Savoia come nella regioni del Piemonte-Val d\u2019Aosta attuale, le parlate piemontesi fiancheggiano le variet\u00e0 provenzali e franco-provenzali, e il francese standard \u00e8 ufficialmente riconosciuto come lingua minoritaria. Da nessun\u2019altra parte, la compenetrazione dell\u2019elemento italiano e di quello francese \u00e8 stata tanto profonda come in questa regione che fu nello stesso tempo cisalpina e transalpina fino ad un\u2019epoca assai recente. Da una prospettiva linguistica, il piemontese condivide con i gruppi dialettali vicini alcuni tratti tipologici importanti; sono tutti tratti che lo distinguono profondamente dall\u2019italiano centrale e meridionale, cio\u00e8 dall\u2019italoromanzo propriamente detto. Non si deve dimenticare che la maggiore linea di demarcazione all\u2019interno della Rom\u00e0nia \u00e8 la famosa linea La Spezia &#8211; Rimini, che separa la Rom\u00e0nia occidentale da quella orientale. Ed \u00e8 la stessa linea che separa le parlate gallo-italiane dall\u2019italiano in senso stretto, e perci\u00f2 anche la linea che distingue il piemontese dal diasistema dell\u2019italiano standard. <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Per questa teoria, ora classica, Walther von Wartburg ha posto come base certi aspetti della fonetica storica delle lingue romanze: sonorizzazione delle occlusive intervocaliche, trattamento dell\u2019 <em>-s<\/em> finale, palatalizzazione del gruppo <em>-ct<\/em>. Conviene per\u00f2 ricordare che le parlate gallo-italiane si distinguono pure tramite altri tratti dai loro vicini meridionali. Se prendiamo di nuovo i criteri tipologici enumerati precedentemente, possiamo osservare delle divergenze profonde:<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\">\n<ul>\n<li><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">il sistema vocalico contiene le vocali anteriori arrotondate \/\u00fc\/ e \/\u00f6\/, cio\u00e8 un tratto che collega il gallo-italiano al retoromanzo e al gallo-romanzo;<\/span><\/li>\n<li><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">il tipo accentuale favorisce l\u2019eliminazione degli elementi postonici, causando un aumento del tipo ossitono (il francese moderno avanzer\u00e0 questa tendenza fino alle sue ultime conseguenze);<\/span><\/li>\n<li><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">la marcatura della funzione soggettale viene eseguita da un sistema di clitici verbali molto complesso ed elaborato (vedremo alcuni dettagli in seguito);<\/span><\/li>\n<li><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">nel sistema dei tempi verbali il passato remoto che marcava l\u2019aspetto aoristo, \u00e8 scomparso; cos\u00ec si oppongono, nella lingua attuale, il sistema preteritale bipartito del gallo-italiano (e del francese contemporaneo) al sistema preteritale tripartito dell\u2019italiano (e della maggior parte delle altre lingue romanze).<\/span><\/li>\n<\/ul>\n<\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Non c\u2019\u00e8 dunque nessun dubbio che il piemontese, come il lombardo e il ligure, sia tipologicamente ben differente dall\u2019italiano e che si avvicini di pi\u00f9 al francese sotto molti aspetti. In termini esclusivamente linguistici \u00e8 incontestabilmente una lingua a parte, una &#8220;lingua per distanza&#8221; rispetto all\u2019italiano e per niente un &#8220;dialetto&#8221;. Questo punto di vista \u00e8 largamente diffuso tra gli specialisti. <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Secondo Bochmann (1989: 93) ad esempio, il piemontese presenta le particolarit\u00e0 pi\u00f9 notevoli tra i dialetti gallo-italiani e potrebbe essere considerato a buon diritto come una lingua a parte. Il criterio della distanza strutturale separa il piemontese dall\u2019italiano ben pi\u00f9 chiaramente che, ad esempio, il portoghese dallo spagnolo, due variet\u00e0 del diasistema ibero-romanzo centro-occidentale che sono sempre state considerate, per ragioni storiche evidenti, come delle &#8220;lingue&#8221; autonome. <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Vorrei insistere brevemente sulla questione dei clitici soggettali (Spiess 1956, Bossong 1998: 783s). Si tratta qui di una delle particolarit\u00e0 tipologiche maggiori non solo del piemontese ma anche dei gruppi dialettali vicini e del retoromanzo. La funzione soggettale \u00e8 marcata nel verbo tramite una triplice marca: un pronome libero facoltativo, anteposto al gruppo verbale, una serie di prefissi (clitici) e una serie di suffissi. Il paradigma tanto dei prefissi che dei suffissi \u00e8 caratterizzato da omofonie considerevoli e specifiche del solo piemontese:<\/span><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div style=\"padding-left: 60px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">-i per la 1a, 4a e 5a persona, -a per la 3a e la 6a,<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">-o per la e la 6a persona, -e per la 2a e la 5a.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\"><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Visto che le omofonie delle due serie, la prefissale e la suffissale, non coincidono, le forme risultanti dalla loro combinazione non sono pi\u00f9 ambigue. Le 6 persone sono esplicitamente marcate come segue (prima classe di coniugazione regolare):<\/span><span style=\"text-align: justify; font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"padding-left: 60px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">1: i-X-o \u00a0 \u00a0 4: i-X-oma<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">2: it-X-e \u00a0 \u00a05: i-X-e<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">3: a-X-a \u00a0 \u00a06: a-X-o<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\"><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Si tratta di una configurazione molto particolare per la quale non c\u2019\u00e8 nessun parallelo, a mio parere, nell\u2019interno della Rom\u00e0nia (all\u2019esterno, il nahautl classico manifesta una strutturazione in parte comparabile, vedere Launey 1994: 10s). Questo sistema \u00e8 una particolarit\u00e0 delle parlate gallo-italiane, con le sue varianti rispettive. Se fa pensare al francese, ne \u00e8 invece assai diverso. Costituisce la transizione tra il tipo italiano (e romanzo in un senso pi\u00f9 largo), esclusivamente suffissale:<\/span><span style=\"text-align: justify; font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"padding-left: 60px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">1: X-o \u00a0 \u00a0 \u00a0 4: X-iamo<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">2: X-i \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a05: X-ate<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">3: X-a \u00a0 \u00a0 \u00a0 6: X-ano<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\"><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">e il tipo francese parlato d\u2019oggi, predominantemente prefissale con dei residui suffissali:<\/span><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div style=\"padding-left: 60px;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">1: z-X \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 4: (nu-X-\u00f5 \u00c6) \u00f5-X<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">2: t(y)-X \u00a0 5: vu-X-e<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">3: i-X \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 6: i(z)-X<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\"><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Lo sviluppo dei clitici oggettali \u00e8 comune a tutte le lingue romanze. Quello dei clitici soggettali \u00e8 limitato al gallo-italiano, al retoromanzo e al francese. La combinazione tra una serie specifica di prefissi e di suffissi \u00e8 una particolarit\u00e0 del piemontese. Questo fenomeno basterebbe per assegnare a questo tipo un posto a parte. Di conseguenza non \u00e8 affatto giustificabile qualificare questo sistema talmente differente da quello toscano semplicemente &#8220;dialettale&#8221;.<\/span><span style=\"color: #ffffff; font-size: 13px; line-height: 19px;\">.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\"><span style=\"color: #800000;\">4. Le rivoluzioni ecolinguistiche in Europa e l\u2019uso del piemontese<\/span><\/strong><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\"><\/strong><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Nella storia linguistica dell\u2019Occidente si possono distinguere tre periodi di trasformazioni profonde, periodi che ci permettiamo di chiamare &#8220;rivoluzioni ecolinguistiche&#8221; (espressione introdotta da Baggioni 1997). Si tratta di epoche durante le quali la diversit\u00e0 linguistica \u00e8 aumentata e si \u00e8 sviluppata invece di impoverirsi. In altre parole, durante questi periodi il principio d\u2019identit\u00e0 ha avuto il sopravvento sul principio dell\u2019efficacia. L\u2019affermazione di una specificit\u00e0 \u00e8 prevalsa sull\u2019espansione dello spazio comunicativo. Da una prospettiva storica, il progresso dell\u2019uso letterario coltivato del piemontese fa parte di questa corrente.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La prima di queste rivoluzioni pu\u00f2 essere riassunta in una sola frase: l\u2019universalit\u00e0 del latino viene confrontata allo sviluppo delle lingue vernacolari nella loro diversit\u00e0. Quest\u2019epoca corrisponde alla nascita delle grandi lingue di civilizzazione e future lingue nazionali del Medioevo. Le lingue romanze quali il francese, lo spagnolo e il portoghese si emancipano dalla loro lingua madre, il latino, per formare entit\u00e0 indipendenti e autonome. \u00c8 dunque un periodo di liberazione delle lingue vernacolari, un riavvicinamento delle lingue scritte all\u2019ambito parlato, l\u2019arrivo al potere dell\u2019elemento autoctono e popolare. Riprendiamo le parole di Dante: \u00e8 l\u2019avvento della lingua naturalis, quella che abbiamo imparato senza sforzo dalla bocca delle nostri madri (o nutrici, come direbbe Dante), a carico della lingua artificialis, la lingua classica della quale si pu\u00f2 appropriarsi solo con fatica e dopo lunghi sforzi costanti (vedere Bossong 1990: 43-63).<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Questa corrente cos\u00ec positiva di per s\u00e9 non \u00e8 tuttavia priva di effetti negativi. Da una parte \u00e8 evidente che l\u2019allargamento del campo d\u2019applicazione delle lingue vernacolari vada di pari passo con la riduzione e finalmente la di- sparizione della lingua universale europea gi\u00e0 esistente a quest\u2019epoca, cio\u00e8 il latino. Ogni progresso delle lingue volgari provoca il declino della globalit\u00e0 europea fondata sul latino. D\u2019altra parte si deve pure ritenere che, tra le lingue vernacolari emancipate in questo modo, alcune saranno relegate in secondo piano dopo un periodo di fioritura, in conseguenza di varie evoluzioni politiche. Tale \u00e8 il caso dell\u2019occitanico, il cui declino come grande lingua letteraria \u00e8 in realt\u00e0 una conseguenza della crociata anticatara. Tale \u00e8 pure il caso del catalano, che vede la sua influenza profondamente ridotta dopo la costituzione di uno stato spagnolo unificato. Ci\u00f2 vale anche per il galiziano, che non riuscir\u00e0 a conservare il suo statuto di lingua di cultura, accerchiato com\u2019\u00e8 dai suoi due vicini potenti, lo spagnolo e il portoghese. E per concludere vale anche per il sardo che, non lo dimentichiamo, \u00e8 stato la lingua giuridica e amministrativa dei &#8220;giudicati&#8221; autonomi del Medioevo, prima di cedere il posto dapprima al catalano, poi allo spagnolo e finalmente all\u2019italiano in un\u2019epoca pi\u00f9 recente. Ognuno di questi casi pu\u00f2 essere indicato come &#8220;classico decaduto&#8221;, per riprendere un\u2019espressione creata da Harald Haarmann.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">\u00c8 l\u2019epoca non solo delle grandi lingue di cultura come la koin\u00e9 dei trovatori o il castigliano della corte di Toledo, ma \u00e8 anche un periodo durante il quale si osservano sbocciamenti letterari pi\u00f9 passeggeri e pi\u00f9 limitati nello spazio. Lo sviluppo delle lingue vernacolari mette in scena variet\u00e0 locali relegate in seguito all\u2019ultimo posto. In Francia, l\u2019uso della parlata della Champagne, il piccardo o l\u2019anglo-normanno, \u00e8 stato per tanto tempo pi\u00f9 dominante di quello della parlata dell\u2019\u00cele-de-France. In Spagna l\u2019aragonese ha interpretato a lungo una parte importante prima di eclissarsi di fronte alla crescita irresistibile del castigliano. <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La storia delle differenti variet\u00e0 dell\u2019italo-romanzo durante il Medioevo \u00e8 abbastanza nota per non doverci attardare. Le grandi lingue nazionali non avevano ancora trovato il loro ruolo e cos\u00ec si \u00e8 sperimentato con varie lingue vernacolari locali. Per quanto riguarda il piemontese, riteniamo che ha fatto una breve apparizione durante questo primo periodo. I famosi ventidue &#8220;Sermones Subalpini&#8221; redatti durante la seconda met\u00e0 del secolo XII o all\u2019inizio del secolo XIII attestano chiaramente le particolarit\u00e0 pi\u00f9 notevoli del piemontese e possono essere considerati con giusto titolo come i primi testimoni scritti di questa variet\u00e0 romanza (vedere Villata 1997). L\u2019esempio rimane per\u00f2 isolato, e il modello non sar\u00e0 quasi mai seguito. Dopo questa preziosa collezione di sermoni intrecciati di brani narrativi, incontriamo solo qualche singolo testo fino alla fine del secolo XV (raccolti in Brero &amp; Gandolfo 1967: 100-158, vedere anche fra l\u2019altro Clivio 1970). Non \u00e8 nata una variet\u00e0 letteraria autonoma capace poi di trasformarsi in lingua nazionale. L\u2019elaborazione della lingua rimane confinata in un uso letterario sporadico. \u00c8 del resto sorprendente che il registro poetico rappresentato ad esempio nelle laudi e nel teatro religioso si presenti in forma fortemente italianizzata (o semplicemente italiana). Il valore del toscano si manifesta fin dall\u2019inizio.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La seconda rivoluzione ecolinguistica avviene all\u2019epoca del Rinascimento. Si riassume in poche parole: l\u2019istituzione delle lingue nazionali. \u00c8 l\u2019epoca dell\u2019&#8221;umanesimo volgare&#8221;, della &#8220;d\u00e9fense et illustration&#8221; delle lingue finora a caratteri verncolari, l\u2019epoca alla quale le grandi lingue degli stati-nazione nascenti, tale lo spagnolo, l\u2019italiano e il francese, si liberano definitivamente dalla dominazione latina. La loro elaborazione giunge a maturit\u00e0. Saranno d\u2019ora in poi usate in ogni campo. Al di l\u00e0 dei registri letterari si formano dei registri di prosa specializzata e le lingue romanze occupano poco a poco lo spazio riservato finora al latino. Trascinato dalla corrente, il latino indietreggia sempre di pi\u00f9. Paradossalmente \u00e8 in fatti il &#8220;rinascimento&#8221; stesso della lingua classica che accelera questo regresso: ridiventato ciceroniano, il latino perde la sua facolt\u00e0 di adattamento e di rinnovamento che lo avevano mantenuto vivo durante i secoli di &#8220;barbarie&#8221; medioevali. La riscoperta della sua purezza antica l\u2019ha fossilizzato e nello stesso tempo ne ha provocato la morte.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Le grandi lingue sono elevate allo statuto di lingue amministrative e giuridiche. L\u2019istituzione degli stati-nazione va di pari passo con il processo di rendere ufficiali le lingue nazionali rispettive. Questo cambiamento parallelo della posizione dello stato e della funzione della lingua condurr\u00e0 alla formazione di nuovi centri di gravitazione, se mi posso esprimere in questo modo (un modello gravitazionale \u00e8 stato proposto recentemente anche da Calvet 1999). Mi sembra difatti che si tratti qui di una metafora eccellente per descrivere ci\u00f2 che \u00e8 accaduto durante il Rinascimento. Le lingue nazionali si cristallizzano e si trasformano in centri dove convergono tutte le forze della nazione. Lo si pu\u00f2 comparare alla formazione degli astri e dei pianeti secondo i modelli cosmologici in vigore: la materia sparsa si concentra e si condensa e, a partire da un certo momento, il nuovo globo costruito in questo modo incomincia a esercitare la sua forza di gravitazione, attraendo o distruggendo la materia che rimane intorno a lui.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La forza delle nuove lingue nazionali agisce in due sensi opposti. Da una parte, \u00e8 diretta contro il latino e dall\u2019altra mira alle variet\u00e0 regionali. Abbiamo appena visto che la lingua sopranazionale del Medioevo viene marginalizzata. L\u2019universalit\u00e0 europea a livello del clero e degli eruditi \u00e8 sostituita da un\u2019universalit\u00e0 pi\u00f9 ristretta dal punto di vista geografico, limitata alla nazione, ma pi\u00f9 estesa dal punto di vista sociale, perch\u00e9 destinata ormai a ogni strato sociale. Nello stesso tempo, le lingue vernacolari locali sono relegate in secondo piano, quando non vengono totalmente eliminate. Questo vale particolarmente per i &#8220;classici decaduti&#8221; gi\u00e0 menzionati, cio\u00e8 il provenzale, il catalano e il galiziano. Il corso che seguono gli avvenimenti ha per\u00f2 delle conseguenze anche per le variet\u00e0 locali che non sono riuscite ad imporsi. E cos\u00ec sparisce l\u2019uso letterario di varie lingue, come il piccardo o l\u2019aragonese, in favore del francese e dello spagnolo. Il caso del piemontese si inserisce in questo quadro generale e presenta qualche tratto particolarmente istruttivo. Questa lingua si situa, come abbiamo insistito pi\u00f9 volte, tra due zone d\u2019influsso maggiore, quella del francese e quella dell\u2019italiano. Si ritrova dunque presa tra due centri di gravitazione poderosi. Di conseguenza \u00e8 incapace di formare un\u2019entit\u00e0 forte e autonoma. La parte ultramontana del ducato di Savoia e la Val d\u2019Aosta gravitano verso il francese mentre il Piemonte cisalpino aspira alla toscanit\u00e0 di una lingua letteraria in pieno sviluppo. Come \u00e8 stato sottolineato da Claudio Marazzini, gli editti di politica linguistica di Emanuele Filiberto sono, visti sotto questo aspetto, di grande importanza (vedere la sua edizione in Bruni 1997: II, 22-24 e il suo studio in Bruni 1997: I, 13-14). Questi testi sono delle preziose testimonianze, poich\u00e9 questo principe era perfettamente cosciente della situazione linguistica particolare nella quale si trovava il suo dominio, nel cuore stesso di un\u2019Europa dalle frontiere tracciate da poco. Questi decreti amministrativi seguono senza dubbio il modello dell\u2019ordinanza di Villers-Cotter\u00eats di Fran\u00e7ois I (1539). Alla luce di questo famoso testo, che possiamo considerare come l\u2019autentico documento di fondazione dello stato-nazione moderno, gli editti ducali comportano pure un doppio intento: esplicitamente contro il latino e implicitamente contro le variet\u00e0 locali. Nei due editti del 1561 e del 1577 \u00e8 questione di abolire l\u2019uso del latino negli atti pubblici e in particolare nelle procedure giudiziarie, in favore della &#8220;lingua volgare&#8221;. Nell\u2019editto del 1561, scritto in francese, viene precisato che questa sia la langue vulgaire, chaque Province la sienne. Per le regioni ultramontane e il ducato d\u2019Aosta sarebbe il francese, perch\u00e9 \u00e8 la lingua pi\u00f9 &#8220;comune e generale e perci\u00f2 la pi\u00f9 intelleggibile&#8221; per i popoli di questi paesi. Questo testo non fa riferimento alle parlate franco-provenzali, la lingua autentica del &#8220;popolo&#8221; di quest\u2019epoca. Secondo il testo dell\u2019editto stesso, redatto in un francese puro e conforme alla norma dell\u2019epoca, non c\u2019\u00e8 dubbio che l\u2019obiettivo sia il francese standard. La stessa constatazione pu\u00f2 essere fatta nell\u2019editto del 1577, scritto in italiano. In questo caso, la toscanit\u00e0 perfetta del testo rende assolutamente chiara l\u2019intenzione di interpretare il termine di &#8220;lingua volgare&#8221; nel senso di &#8220;italiano&#8221; e non di una forma qualsiasi di piemontese. L\u2019emancipazione dal latino si produce in favore di un volgare illustre e non in favore di un insieme di patois rustici. Conviene osservare che l\u2019abolizione del latino \u00e8 meno completa sul versante italiano delle Alpi. Mentre l\u2019editto francese prevede la sua eliminazione pura e semplice sotto pena di nullit\u00e0 e di multa, l\u2019editto italiano favorisce l\u2019uso del volgare per le &#8220;narrazioni di fatti&#8221;, mentre concede ai giuristi dotti di servirsi del latino per le loro &#8220;allegazioni&#8221; e le loro &#8220;recitazioni delle leggi&#8221;, ci\u00f2 che prova una volta di pi\u00f9 che la posizione del latino \u00e8 stata pi\u00f9 forte e pi\u00f9 durevole in Italia che in un qualsiasi altro posto della Rom\u00e0nia. N\u00e9 le parlate piemontesi n\u00e9 le variet\u00e0 franco-provenzali, che insieme formano la transizione tra il campo italo- e gallo-romanzo, sono riuscite a erigersi a centro di gravit\u00e0. Sono rimaste allo stato di variabilit\u00e0 primaria, usate a fini meramente letterari, pi\u00f9 o meno sistematicamente. Ci sono certo state opere di un interesse incontestabile, in particolare delle opere teatrali come le farse di Gian Giorgio Allione d\u2019Asti o il <em>Cont Piol\u00e8t<\/em> del marchese Carlo Giambattista Tana. Per\u00f2, malgrado l\u2019esistenza di tali produzioni. non \u00e8 mai stata questione, per il piemontese n\u00e9 del resto per il franco-provenzale, cio\u00e8 due &#8220;lingue per distanza&#8221;, di aspirare ad una qualsiasi elaborazione non letteraria. Essendo situate tra due poli di attrazione, queste lingue non sono riuscite a condensarsi in nuclei indipendenti, sebbene una tale scelta sarebbe stata teoricamente possibile all\u2019interno delle frontiere del potente ducato sabaudo. Nel momento di ricostituire i suoi stati, Emanuele Filiberto non immaginava altra possibilit\u00e0 che di adottare sia il francese sia l\u2019italiano come lingua ufficiale. Il gioco era fatto, non c\u2019era pi\u00f9 spazio per altre lingue nazionali in questa regione.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La terza rivoluzione ecolinguistica si riduce a queste parole: il risveglio delle lingue non nazionali. Questa corrente paneuropea sar\u00e0 avviata nel secolo dell\u2019illuminismo, essenzialmente durante la seconda met\u00e0 del secolo XVIII, per poi svilupparsi pienamente all\u2019epoca del romanticismo. Vengono riscoperti i &#8220;classici decaduti&#8221; del Medioevo: in Spagna Sarmiento pubblica degli studi eruditi sul galiziano, nel Mezzogiorno della Francia Raynouard si entusiasma per l\u2019eredit\u00e0 occitanica. Pi\u00f9 tardi, si faranno rivivere queste lingue in un modo spettacolare: il &#8220;rexurdimento&#8221; galiziano si far\u00e0 portavoce della &#8220;renaixen\u00e7a&#8221; catalana; nello stesso tempo il provenzale conosce un nuovo slancio nelle produzioni poetiche del F\u00e9librige, che culmina nell\u2019epopea Mir\u00e8io del premio Nobel Fr\u00e9d\u00e9ric Mistral. Secondo il modello delle corti medioevali vengono reintrodotti dovunque i &#8220;jeux floraux&#8221;, vere giostre poetiche che non sono semplici esercizi retrogradi e nostalgici ma che danno impulsi nuovi alle lingue vernacolari trascurate troppo a lungo e oppresse dallo strapotere delle grandi lingue nazionali. Nello stesso tempo, e in altre regioni d\u2019Europa, vengono riscoperte le lingue autenticamente popolari, con la loro immensa eredit\u00e0 trasmessa oralmente. Ci troviamo ad esempio nell\u2019epoca delle scoperte delle tradizioni popolari slovene, serbe e carelo-finniche.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">In Piemonte si pu\u00f2 osservare, in questo periodo, una certa stabilizzazione della produzione letteraria. Secondo Pacotto il secolo XVIII marca il vero sviluppo della letteratura piemontese: <em>&#8220;Il settecento fu il secolo pi\u00f9 coscientemente piemontese, il pi\u00f9 piemontese della nostra storia, nel quale il linguaggio, dopo una serie di profonde variazioni, raggiunse la forma definitiva, con un sapore, per noi, forse, leggermente vecchiotto, tuttavia attuale&#8221;<\/em>. (citato secondo Brero &amp; Gandolfo 1967: 4). <\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Gi\u00e0 all\u2019inizio del secolo XVIII si deve segnalare un poema epico sull\u2019assedio di Torino durante la Guerra di successione di Spagna, <em>L\u2019arpa discordata<\/em>, di Francesco Antonio Tarizzo. \u00c8 d\u2019altronde notevole che Tarizzo sia anche l\u2019autore di un racconto in prosa sullo stesso avvenimento, per\u00f2 scritto in italiano. Il piemontese rimane lingua di poesia, mentre la prosa narrativa \u00e8 un registro riservato alla lingua standard. Poco pi\u00f9 tardi domina la scena il personaggio di Ignazio Isler, con le sue canzoni satiriche, un riflesso fedele e gradevolmente illustrato della vita popolare a Torino. Altri nomi possono essere aggiunti a questa breve lista. Vorrei solo menzionare quello di Silvio <\/span><a style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\" href=\"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=11093\" target=\"_blank\">Balbis<\/a><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">, il primo rappresentante di un gusto letterario pi\u00f9 raffinato e dalle pretese artistiche pi\u00f9 elevate.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Merita un\u2019osservazione particolare <a href=\"https:\/\/www.gioventurapiemonteisa.net\/2020\/?p=13609\">Maurizio Pipino<\/a>: malgrado sia un mediocre verseggiatore rimane il primo teorico della lingua. Dobbiamo a lui la prima grammatica e il primo dizionario del piemontese (pubblicati nel 1783). La sua attivit\u00e0 \u00e8 in perfetta armonia con lo spirito dell\u2019epoca. Durante il secolo XVIII si incomincia un po\u2019 dappertutto in Europa a descrivere le lingue minoritarie, per le quali non si era ancora stabilita una grammatica nel periodo del Rinascimento, come era stato fatto per le lingue nazionali. Ho gi\u00e0 menzionato gli studi di Mart\u00edn Sarmiento riguardo il galiziano e aggiungo, in questo contesto, la grammatica, la descrizione storica e il dizionario della lingua basca, pubblicati da Larramendi tra il 1729 e i1 1745.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Malgrado tutti questi sforzi meritori per la <em>&#8220;d\u00e9fense et illustration&#8221;<\/em> del piemontese, la situazione di questa lingua prigioniera tra due poli di gravitazione potenti, rimane precaria e scomoda. Il fascino del francese si fa sentire particolarmente durante il periodo napoleonico. Un intellettuale della statura di Carlo Denina sogna pure un territorio di passaggio capace di unire la Francia e l\u2019Italia, favorendo un bilinguismo italiano-francese pi\u00f9 esteso. Secondo lui, il francese sarebbe pi\u00f9 adatto che l\u2019italiano, lingua troppo letteraria e troppo retrograda per servire alla modernizzazione della regione nel suo orientamento europeo (vedere Marazzini 1997: 1, 29). La cosa sorprendente in questo discorso \u00e8 che il francese abbia effettivamente potuto sembrare un\u2019opzione realistica, un\u2019alternativa all\u2019italianizzazione progressiva. Visto dal piemontese, una tale scelta non \u00e8 esclusa. La situazione di diglossia &#8220;dialetto&#8221; &#8211; italiano, che il Piemonte condivide con l\u2019intera Italia, prende un\u2019altra piega in una zona dove il cosiddetto &#8220;dialetto&#8221; \u00e8 infatti una lingua di distanza rispetto all\u2019italiano. \u00c8 dunque potuto parer legittimo dichiararsi in favore del francese invece dell\u2019italiano come lingua di civilizzazione e di comunicazione internazionale.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Tali idee non sono per\u00f2 state applicate in seguito. La maggior parte degli autori hanno accettato l\u2019italiano come lingua capace di veicolare la modernit\u00e0. Il peso di questo centro di gravitazione aumenta sempre di pi\u00f9 durante la prima met\u00e0 del secolo XIX, particolarmente grazie allo sviluppo di un patriottismo italiano per il quale il modello toscano riveste un valore simbolico fondamentale. \u00c8 vero che il sentimento patriottico si esprime talvolta in piemontese, per\u00f2 non smette mai di essere ispirato dall\u2019amore per la &#8220;grande patria&#8221;. A proposito della celebre Piemont\u00e8isa di Angelo Brofferio, del 1859, Pacotto scrive: &#8220;Le parole erano piemontesi, perch\u00e9 dettate da cuori piemontesi; ma l\u2019anima di quei canti era italiana&#8221; (vedere Brero &amp; Gandolfo 1967: 57, 600s). \u00c8 vero anche che la produzione letteraria, esclusivamente poetica, aumenta in ampiezza e in profondit\u00e0. Ormai il piemontese dev\u2019essere senz\u2019altro considerato come una lingua letteraria matura, pienamente sbocciata. Ciononostante rimane riservato a una produzione poetica regionale, non viene usato nella prosa narrativa e non ha nessuna possibilit\u00e0 di erigersi a lingua ufficiale, nemmeno di essere riconosciuta come una lingua a parte, al di fuori di un <em>continuum<\/em> dialettale italo-romanzo. In Piemonte, come in tutto il resto dell\u2019Italia unita, la situazione diglossica \u00e8 accettata come tale. Il piemontese occupa lo statuto di semplice &#8220;dialetto&#8221; tra tanti altri. La sua specificit\u00e0 linguistica non gli conferisce uno statuto speciale. L\u2019opzione francese \u00e8 sparita e con essa la coscienza di appartenere a una terra di transizione, di costituire un ponte verso le regioni transalpine. Questo fossato si allarga di pi\u00f9 con la perdita della Savoia francese. Il Piemonte \u00e8 ormai una delle numerose regioni che costituiscono la nazione italiana, priva di privilegio.<\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\"><span style=\"color: #800000;\">5. Presente e futuro della lingua piemontese: qualche riflessione<\/span><\/strong><\/p>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La nostra epoca \u00e8 caratterizzata dalla conflittualit\u00e0 descritta all\u2019inizio del nostro contributo, tra i principi antagonisti dell\u2019efficacia comunicativa e dell\u2019affermazione di una identit\u00e0 particolarizzante. Pi\u00f9 che nel passato, osserviamo oggi la morte delle lingue a livello mondiale. Anche tra le lingue che godono ancora di una vitalit\u00e0 apparentemente senza limiti, nessuna \u00e8 al riparo dai pericoli che emanano dalla globalizzazione linguistica. E in particolare le lingue non nazionali, quelle non sostenute da un sistema di stato, sono oggi sottomesse a una pressione costante. Malgrado la sua indubitabile vitalit\u00e0, che la distingue positivamente da altre lingue non ufficiali, il piemontese non fa eccezione a questa regola. Non pu\u00f2 contare su nessun appoggio ufficiale, nessuna legislazione particolare. Sopravvive come tante altre lingue che si trovano in una situazione simile, grazie agli sforzi dei suoi locutori.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Non spetta a me tracciare a grandi linee la storia dell\u2019uso letterario del piemontese durante il secolo XX. Come nel passato e come per la maggior parte delle lingue regionali e minoritarie, predomina la poesia. Negli ultimi tempi assistiamo anche all\u2019avanzata di una nuova prosa narrativa. L\u2019ampia- mento del campo d\u2019uso verso la prosa letteraria \u00e8 sempre un buon segno di vitalit\u00e0, una promessa di avvenire. L\u2019apparizione di una prosa specializzata rimane ancora timida e modesta, ma dopo tutto il fatto che i contributi di questo congresso e di quello precedente siano formulati in piemontese \u00e8 di buon auspicio. Questa prosa si riferisce a temi regionali. Siamo ancora lontani da un uso pi\u00f9 generalizzato e dal trattamento di temi nazionali o universali. L\u2019Italia non \u00e8 la Spagna, dove incontriamo oggi una profusione di pubblicazioni su ogni tipo di temi in catalano, in basco e anche in galiziano, bench\u00e9 meno importante in termini di quantit\u00e0. \u00c8 infatti da chiedersi se uno sviluppo come quello osservato in Spagna dopo la morte di Franco sarebbe da augurarsi per un paese come l\u2019Italia. La coesistenza delle variet\u00e0 regionali e della lingua nazionale non \u00e8 certamente priva di problemi, ma in generale funziona senza troppi scontri e conflitti. L\u2019Italia non \u00e8 nemmeno la Francia, dove le lingue regionali, dopo lo straordinario scalpore prodotto dalle loro rivendicazioni qualche decennio fa, stanno per morire di una morte lenta e poco spettacolare. Si estinguono sempre di pi\u00f9, in tutta tranquillit\u00e0, e alcune fra loro saranno sepolte in silenzio in un futuro prevedibile. In Francia non \u00e8 stata una politica repressiva a rendere inoffensive le lingue regionali, piuttosto un\u2019attitudine di laisser-faire. La lingua nazionale si \u00e8 imposta da sola e le misure di estirpazione introdotte nel secolo XIX nelle scuole elementari non sono pi\u00f9 necessarie. In Italia, invece, i &#8220;dialetti&#8221; stanno ancora abbastanza bene, con o senza politica linguistica. Rimane per\u00f2 una questione: per quanto tempo ancora? Le lingue minoritarie possono resistere tramite la letteratura alle minaccie che devono affrontare? Possono mantenersi senza funzione ufficiale? Ce lo dir\u00e0 il futuro.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Vorrei concludere con un commento di carattere generale. Cosa significa scrivere in una lingua regionale, una lingua &#8220;minoritaria&#8221; all\u2019interno della nazione, anche se maggioritaria o perfino universale nella regione di origine? Possiamo permetterci il lusso di utilizzare una lingua a diffusione minore quando si hanno cose importanti da dire? \u00c8 una questione che tanti autori nel mondo rivolgono a se stessi. Tutti conoscono Salman Rushdie o Taslima Nasrin, per\u00f2 chi li conoscerebbe se avessero pubblicato in una lingua indiana? Autori latino-americani come Jos\u00e9 Mar\u00eda Arguedas o Augusto Roa Bastos, avrebbero incontrato un uditorio internazionale se avessero scelto il quechua o il guaran\u00ed anzich\u00e9 lo spagnolo come mezzo di espressione? Ci sono evidentemente le traduzioni, ma perch\u00e9 ricorrere alla traduzione se si ha a disposizione una grande lingua nazionale o una lingua a vocazione universale? Sono stato colpito da un\u2019osservazione, secondo me molto giusta, di Sergio Gilardino, formulata a proposito di Luigi Olivero, in occasione dell\u2019ultimo congresso sul piemontese a Vercelli: <em>&#8220;Se Oliv\u00e9 a l\u2019av\u00e8issa poet\u00e0 con aut\u00ebrtanta gajard\u00eca e spatuss ant una lenga nassional, al di d\u2019ancheuj chiel a sar\u00eca tra ij poeta ij p\u00ec sit\u00e0 d\u00ebl Neuvsent europengh&#8221;<\/em> (Gilardino &amp; Villata 1997: 161). Non \u00e8 un peccato che questo grande poeta non sia maggiormente conosciuto al di l\u00e0 dei limiti stretti degli &#8220;ambienti poetici piemontesi&#8221;?<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">La risposta, in fondo, \u00e8 semplice e si lascia formulare come una questione alternativa: se avesse scritto esclusivamente in italiano sarebbe diventato un grande poeta? La lingua materna rappresenta una parte essenziale dell\u2019identit\u00e0 di ognuno di noi, come abbiamo detto all\u2019inizio. L\u2019assimilazione a una lingua imparata, una lingua artificialis, pu\u00f2 corrispondere ad una scelta cosciente, ad una identificazione a posteriori con un sistema di valori dettati, ma non sostituir\u00e0 mai completamente l\u2019impronta lasciata da una lingua primaria, ingerita dalla pi\u00f9 tenera et\u00e0. \u00c8 questa la lingua che ci servir\u00e0 pi\u00f9 tardi, per esprimere i nostri sentimenti pi\u00f9 profondi. \u00c8 questa la lingua nella quale pu\u00f2 generarsi il poema. \u00c8 la lingua naturalis di Dante, dono universale di tutti gli uomini.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\">Malgrado l\u2019assenza di una politica linguistica ufficiale e di provvedimenti di stimolo, malgrado la riduzione progressiva del suo valore comunicativo e delle sue funzioni sociali, la lingua piemontese avr\u00e0 un futuro assicurato fintanto che sar\u00e0 la <em>lingua naturalis<\/em> di grandi poeti e fintanto che sar\u00e0 coltivata con tanto entusiasmo come qui a Vercelli!<\/span><\/div>\n<div id=\"_mcePaste\" style=\"text-align: right;\"><em style=\"font-size: 13px; line-height: 19px;\"><strong>Georg Bossong<\/strong><\/em><\/div>\n<div style=\"text-align: right;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/div>\n<address style=\"text-align: justify;\">Versione in italiano della relazione originale in francese del prof. Georg Bossong, Cfr. &#8220;II Convegno internazionale sulla lingua e la letteratura del Piemonte, Vercelli, 7-8 ottobre 2000 &#8211; Le Relazioni&#8221; Vercelli, VercelliViva, 2000.<\/address>\n<address style=\"text-align: justify;\">Nota: il prof. Georg Bossong \u00e8 docente di rinomanza internazionale, cattedratico di glottologia e dialettologia (specialista in linguistica comparata delle lingue romanze e in filologia ibero-romanza) all\u2019Universit\u00e0 di Zurigo, autore di numerosi studi e volumi sulle lingue minoritarie europee ed extraeuropee.<\/address>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. L\u2019antagonismo linguistico dei nostri tempi Stiamo vivendo un\u2019epoca di cambiamenti conflittuali. 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