
25.11.2012 – Un voto storico nella Catalunya verso l’Indipendenza
Alcune puntualizzazioni per fissare le idee sullo storico voto in Catalunya, esempio per tutti noi popoli colonizzati….
La Catalunya è un voto storico
In Catalunya si sono appena svolte le elezioni per designare il nuovo parlamento. A leggere i titoli dei maggiori giornali italiani e spagnoli si deduce che il processo indipendentista abbia subito una battuta d’arresto. Secondo quanto riportato da Repubblica, Corriere della Sera, El Pais e El Mundo il sogno indipendenza non sfonda tra i catalani che sono appena andato a rinnovare il proprio Parlamento. Ma la realtà è differente.
Convergencia i Uniò, partito costantemente centrista e federalista, si è schierato a sostegno del referendum sull’indipendenza. Suddetta storica svolta, voluta da Artur Mas leader di CiU e presidente uscente della Generalitat, è maturata dopo che il premier spagnolo Rajoy ha respinto l’ipotesi di un nuovo patto fiscale tra Catalunya e Spagna. Argomento da sempre foriero di trazioni tra Barcellona e Madrid.
Da qui la convocazione da parte di Mas di elezioni anticipate, le quali sono rapidamente divenute un referendum sul seguente quesito: è legittimo o no convocare una consultazione che dia la possibilità alla Catalunya di optare tra il rimanere all’interno dello Stato spagnolo o il rendersi uno stato indipendente all’interno dell’Unione Europea? I partiti politici si sono di conseguenza divisi tra favorevoli e contrari. In base alla distribuzione dei seggi i primi emergono come maggioranza assoluta del Parlament: CiU, Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), Candidatura d’Unitat Popular (CuP) e Iniciativa per Catalunya Verds (ICV) per un totale di 87 seggi su 135.
Pur raffigurando culture e sensibilità politiche diverse, tutti questi soggetti hanno in comune l’idea di promuovere la consultazione referendaria. I catalani hanno perciò suffragato, e in modo netto, per la realizzazione del plebiscito in appoggio all’autodeterminazione. CiU e Mas escono ridimensionati dalla consultazione elettorale in quanto perdono una considerevole quantità di seggi (12). Presumibilmente il suo elettorato più moderato e non catalanista ha optato per il Partido Popular o Ciutadans.
Ricapitolando possiamo tracciare le seguenti linee di analisi:
1) I partiti pro referendum sono la maggioranza assoluta;
2) indurre un tale referendum riguarda il futuro dell’intera Catalunya, pertanto è politicamente trasversale, sostenibile e votabile sia dalle sinistre indipendentiste che dalla stessa CiU;
3) i voti persi da CiU sono quelli di chi non ha sostenuto la linea di Mas, che è accettata però dalla maggiornanza del partito;
4) indipendentismo e sovranismo sono le culture politiche maggioritarie nel parlamento catalano;
5) l’indipendenza rimarrà un tema centrale a prescindere dalla coalizione di governo che si formerà. Quest’ultimo rimane il vero campo aperto dalla verifica elettorale.
Quale sarà la coalizione di governo? In Catalunya vige il sistema proporzionale e le maggioranze di governo si formano post voto. La Catalunya ha virato a sinistra. L’elettorato chiede quindi più welfare, maggiore attenzione alle tematiche del lavoro e alle politiche sociali. Infine se si analizza il voto comune per comune, nel 97% dei municipi il totale delle forze soberaniste – compresa Solidaritat Catalana per la Indipendència – sono la maggioranza. Le fondamenta per alimentare il “sogno indipendentista” sono state poste. Ora la palla passa ai partiti e alla loro reale volontà di alimentare tale processo.
Nello Cardenia – iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna
27.11.2012 – La “sconfitta di Pirro”: la miserevole disinformazione sul caso catalano
Parecchi giornali italiani ieri davano la notizia delle elezioni catalane con titoli quasi uguali che sottolineavano una sconfitta, una battuta d’arresto, un ridimensionamento degli indipendentisti. Altrove le cose sono state presentate diversamente: la BBC ad esempio ha parlato esplicitamente di vittoria dell’autonomismo radicale. Dove sta la verità? Quello che è veramente successo lo ha raccontato con chiarezza e tempismo il nostro Salvatore Antonaci in una serie di interventi di straordinario giornalismo, come se ne vedono pochi nelle redazioni italiane, che vivono di “copia-incolla”, di lanci Ansa e di veline delle Superiori Autorità.
Perché si sia ancora una volta fatta della miserevole disinformazione è piuttosto chiaro: i patrioti (i padroni del vapore lo sono e pertanto anche molti giornalisti in carriera) temono come la peste l’autonomismo catalano perché – più di quello scozzese, vallone o altro – somiglia in maniera (per loro) preoccupante a quello padano. I titoli che annunciano la sconfitta degli indipendentisti (poi quasi sempre contraddetti dal contenuto degli articoli) hanno funzione scaramantica, sono segno di terrore, come di chi urla se ha paura, chiude gli occhi per non vedere il pericolo o gonfia il torace se sta per farsela sotto. Hanno sgaggia dell’effetto emulazione e sanno benissimo che i padani (che in generale non sono dei samurai) hanno bisogno di esempi per darsi una mossa, hanno bisogno che qualcuno “parta per primo” per decidersi a fare anche il più semplice gesto, anche per difendere i propri interessi. Serve poi ricordare che l’Italia è piena di unitaristi che lo sono in senso ideologico e universale, a favore di tutte le unità statuali e contro tutte le autonomie, proprio come i fautori della lotta di classe e della dittatura del proletariato lo erano per ogni latitudine e angolo di mondo. Non è un caso che spesso si tratti delle stesse persone.
In realtà in Catalogna le cose sono andate molto diversamente da come molti hanno scritto e gli autonomisti, catalani ma anche nostrani, di brucianti sconfitte come questa sarebbero felici di subirne una ogni settimana. Oggi il cosiddetto “blocco sovranista” formato dai quattro partiti che hanno sottoscritto l’impegno per il referendum per l’indipendenza, hanno 87 seggi contro i 48 del blocco unitarista e quasi il 60% del voto popolare. Nel precedente parlamento i separatisti avevano cinque seggi in meno. È una sconfitta di Pirro: una novità nel repertorio delle figure retoriche.
Non basta: i 62 seggi che CiU (Convergencia i Uniò) aveva preso nel 2010 rappresentavano un ampio ventaglio che andava dai federalisti moderati agli indipendentisti: oggi il partito ha fatto una scelta molto radicale e i suoi attuali 50 deputati sono espressione di una posizione molto più estrema. A questi si aggiungono gli eletti dell’Esquerra e di altre formazioni che sono molto più dure. Insomma i secessionisti sono aumentati in numero assoluto, in seggi e in determinazione. La vittoria degli autonomisti è – questo sì – complicata dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta di CiU su cui Artur Mas contava. Questo lo costringerà a fare alleanze con altri per arrivare allo svolgimento dell’annunciato referendum per l’indipendenza, lo spauracchio di Madrid, di Bruxelles e di tutti i compagni-camerati patrioti italiani. Ma lo faranno. Vale la pena di osservare alcune similitudini e differenze con la nostra situazione.
Negli ultimi tempi CiU aveva potenziato le sue istanze economiche, sottolineando il peso dell’oppressione di Madrid e i numeri del residuo fiscale: argomentazioni molto “padane” che hanno un loro valore risolutivo ma che qualcuno sembra avere interpretato come in qualche modo sminuenti della vocazione identitaria e nazionalista. Questo potrebbe spiegare lo spostamento di consenso verso le formazioni estreme dell’indipendentismo. È una lezione che anche noi dobbiamo recepire: va benissimo la rivendicazione economica ma deve andare di pari passo con quella identitaria. Nei giorni precedenti le elezioni, alcuni degli uomini più rappresentativi di CiU sono stati vittime della “macchina del fango” dei media spagnoli che li hanno accusati di presunte corruzioni: anche questo ci serva da lezione per ricordarci che gli strumenti più biechi del centralismo statalista sono uguali ovunque ma anche che non si possono più correre ulteriori rischi affidandosi a personaggi meno che esemplari.
Una delle caratteristiche della Esquerra è di avere come obiettivo la libertà della Catalogna identitaria e non solo della Regione di Barcellona: Valencia, le Baleari, parti dell’Aragona, Andorra, il Roussillon e Alghero sono tutti coinvolti nel processo complessivo di riformazione di una grande comunità identitaria catalana, che va al di là di comunanze socio-economiche. Anche questo ha una forte valenza esemplare per gli autonomisti di casa nostra che troppo spesso tendono a rifluire su microregionalismi improduttivi dimenticando la forza insostituibile dell’azione complessiva di tutte le comunità padane, anche se più o meno ricche di soldi e di coscienza identitaria.
La stessa Esquerra (e con lei gli altri partiti minori di sinistra anche estrema) sono la dimostrazione della trasversalità del progetto indipendentista: se è un intero popolo che vuole liberarsi, la sua volontà va espressa anche attraverso partiti e organizzazioni strutturati su diverse basi ideologiche. Destra e sinistra possono (devono) essere divise su temi politici ma devono marciare unite verso la liberazione di tutta la comunità. Fa tristezza vedere a questo proposito che alle primarie del Pd nessuno abbia sentito il bisogno di rappresentare le istanze autonomiste e padaniste. Che fine hanno fatto i buoni propositi dei vari Cacciari, Chiamparino eccetera? Della parte avversa non vale neppure la pena di parlare.
Serve a questo punto fare un serio esame del comportamento dei nostri partiti autonomisti paragonandolo a quello dei fratelli catalani. Di questo ci si occuperà nei prossimi giorni.
Gilberto Oneto – L’Indipendenza
