Non hanno il coraggio di discutere il riconoscimento della lingua piemontese. In Italia per noi non c’è più posto

Appare ormai chiaro che i diritti dei Piemontesi alla lingua e all’identità rimarranno ancora violati. Malgrado la buona volontà di alcuni (e non dobbiamo dimenticare, soprattutto, il prezioso impegno dell’on. Davide Cavallotto a Roma e della cons. Angela Motta a Torino) vince l’ostracismo della maggioranza: gli italiani ostili sommati ai piemontesi indifferenti sono più di noi. Nonostante le promesse, ora conviene loro non rispondere al telefono: non ci sono neanche più i tempi tecnici per discutere le diverse proposte di legge per il riconoscimento del piemontese nella Legge 482/99. Proposte di legge presentate da esponenti di tutti i partiti, una addirittura dalla Regione Piemonte stessa. Niente, non ci hanno dato neanche la soddisfazione di discuterle, le hanno lasciate in un cassetto come roba che scotta. Infatti scotta davvero, ciò che noi andiamo ripetendo da anni è stato recentemente intravisto anche dai costituzionalisti: il riconoscimento del piemontese «… potrebbe costituire un elemento di disturbo per il sentimento nazionale di unità linguistica», ed è anche per questo che non verrà riconosciuto, né si permetterà alla Regione Piemonte – ente oramai sulla strada della marginalizzazione – di riparare, in qualche modo, alla discriminazione.

Prendere coscienza della realtà delle strade ormai tutte sbarrate equivale a capire fino in fondo che Piemonte e Italia sono incompatibili tra loro. La lingua piemontese non avrà mai alcun riconoscimento nell’ambito italiano, non è necessario far trascorrere altri quarant’anni (perché tanti è durata questa battaglia) per ammetterlo. Questo non giustifica l’abbandono dell’impegno anche in senso istituzionale, impegno che è doveroso perseguire; semplicemente rivela una realtà: in Italia i Piemontesi potranno mantenere i loro abiti tradizionali o gli antichi mestieri, ma non tutto quanto sottolinea una dirompente alterità rispetto a un’unità cosiddetta “nazionale” che ci si vuole imporre con la propaganda e contro ogni realtà dei fatti. In poche parole, il Piemonte addomesticato in Italia va bene, il Piemonte “vero”, quello no, va nascosto in ogni modo in quanto stride e contrasta con l’Italia stessa. Lo hanno detto, scritto e dimostrato nei fatti proprio “loro”, quelli che aderiscono all’ideologia italiana (poiché in realtà non è null’altro, non ha alcun legame con un territorio, si limita a pochi stereotipi e qualche ricorrenza legata sempre al tricolore o all’inno).

Pertanto – come spesso ci domandano – non sono servite a nulla le firme raccolte, l’impegno del Comitato «Piemont482», le adesioni e le delibere approvate dai Comuni? Non saranno servite a vincere una battaglia che tutti sapevamo già perduta, ma sono state fondamentali per non interrompere il filo delle giuste rivendicazioni del popolo piemontese e, soprattutto, sono servite a far capire a molti il vero nodo della questione, che ora è evidente e non più interpretabile. Per capire che il calo del numero dei parlanti, a cui assistiamo da generazioni non è, come hanno voluto farci credere, l’inevitabile conseguenza del tempo che passa, ma il risultato di un’azione deliberata per cancellare la nostra identità e farci diventare una semplice regione italiana.

Da oggi la resistenza dei Piemontesi contro questa assimilazione dovrà diventare un’opposizione a tutto campo contro ogni imposizione di un’identità alternativa.

Da ora ogni iniziativa che non contribuirà a sottolineare la nostra lontananza dall’Italia sarà inutile. La battaglia riparte adesso ed è alla svolta. Tutti i Piemontesi non possono più far finta di non sapere né più si possono nascondere: hanno ragione i Catalani, ci vuole un altro Stato in Europa. In Italia per noi non c’è più posto.

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