Luigi Vado

Il teatro in lingua piemontese ebbe, nel suo periodo aureo, sostenitori ed esegeti consapevoli, ma anche, contemporaneamente, detrattori e accaniti persecutori: ridicolizzato, nei giornali dell’epoca, da alcuni critici (ripeto, da “alcuni” critici) per la voluta semplificata linearità drammaturgica e per gli assunti morali o moraleggianti che si proponeva di dimostrare; dileggiato quando non disprezzato nel suo linguaggio stesso (Amedeo Peyron lo definiva dialettaccio) dagli italianisti ad oltranza; osteggiato in alcuni momenti storici da personaggi come Camillo Cavour e Angelo Brofferio o comunque da ambienti politici di forza; amato e discusso nei salotti dell’alta borghesia e della corte sabauda stessa, i cui membri il piemontese, insieme al francese e all’italiano, parlavano correttamente, anche se in maniere e modi più raffinati del popolo tutto; non disdegnato neanche dai circoli artistici e intellettuali… Il teatro piemontese, specie nell’Ottocento, non ebbe, per dirla in breve, vita facile, proprio come ai giorni nostri, il che potrebbe anche essere segno di una vitalità intrinseca che non abbisogna per esistere di essere documentata oltre un certo limite e prendere più spazio su giornali, riviste e libri.
S’aggiunga poi il fatto che i cronisti segnalarono successi e insuccessi con una certa discontinuità, limitandosi nelle loro note a commentare gli eventi più eclatanti, a commentare le opere degli autori ritenuti più significativi, spesso con errori non lievi di valutazione, a indicare all’attenzione e alla stima dei loro lettori, tra gli interpreti delle varie opere, soltanto i capocomici, gli attori e le attrici, di maggior richiamo (succede ancora oggi!); e che gli storici, fatta qualche nobile eccezione, hanno, senza verifiche accurate e senza troppo peritarsi di colmare lacune ed omissioni, perpetrato nel tempo, per faciloneria, errori e giudizi, essendo venuta a mancare, per motivazioni diverse, la volontà di un’indagine approfondita su un fenomeno importante della nostra storia culturale.
È forse questa una delle ragioni per cui, dell’attore Luigi Vado, sono così rare le notizie biografiche, essendo attore “non di fama”, merce poco appetibile per la cronaca; e per cui, dell’autore Luigi Vado, le storie fanno riferimento quasi esclusivamente all’opera sua più rappresentata, e cioè a quel Carlëvé ‘d Turin, che è stato per lungo tempo (per un secolo, e più!) nel repertorio delle Compagnie piemontesi sia professionali sia amatoriali, accolto sempe con successo, tanto che l’opera, non pubblicata mai in piemontese, fu tradotta in italiano (sottotitolo: Hai visto l’elmo?) e editata a Bologna, per i tipi della “Librai Editori”(G. Brugnoli e Figli) nel 1920, e fu cavallo di battaglia per l’attore Brunorini, che la propose in tutta l’Italia interpretando il personaggio di Pipin.
Precisiamo invece subito che il Nostro, contrariamente a quanto da più parti registrato, oltre a Ël Carlëvé ‘d Turin, fu l’autore di altre quattro opere, di cui abbiamo anche notizia delle avvenute rappresentazioni: Andoma sté a Turin (citiamo a caso: Compagnia Tancredi Milone e Soci, Teatro Rossini, 12 novembre 1869); Lussiòta (Compagnia Enrico Gemelli, Teatro Alfieri, 31 marzo 1871); Ij misteri dël Carlëvé (Compagnia Gemelli, Teatro Carignano, 29 gennaio 1872); e infine A neuv ore.
Notizie scarse, spesso anzi del tutto insufficienti, ma non tali comunque da non permetterci di delineare un ritratto di un personaggio che, non ostante una vita non facile e una morte prematura a soli trent’anni, ha lasciato di sé, nella sua duplice veste di attore e di autore, una bella impronta, come bene hanno compreso tre appassionati piemontesisti (Vittorio Bersezio, Giovanni Drovetti e Gualtiero Rizzi), ai quali dovremo riferirci per completare il nostro discorso. Con una precisazione: che ciascuno di noi è legato al suo tempo, e che di coseguenza anche gli storici vanno letti con l’attenzione che si deve alla loro epoca, alla loro cultura, alla loro capacità introspettiva. Sia dunque il lettore capace di interpretazione nei confronti dei brani che riporteremo: sono specchio non soltanto di uomini ma di periodi storici precisi.
Da Gualtiero Rizzi (op. cit., pagine varie) abbiamo tratto non poche informazioni; da Vittorio Bersezio e dalle sue famose Appendici a La Gazzetta del Popolo, anno 1898, che il succitato Rizzi ha recentemente ripubblicato a cura del Centro Studi Piemontesi, riportiamo per intero un suo felice giudizio: “Luigi Vado portò in quell’ambiente (s’intende nell’ambiente del Teatro Piemontese di Toselli) un elemento di maggior cultura, di signorile distizione e direi di eleganza. Favorito d’una simpatica figura, d’un bell’aspetto, d’una giovinezza gentile e delicata, pareva fatto apposta per rappresentare gli amorosi, i figli ricchi di famiglia, preda degli usurai e delle cortigiane, ed anche l’operaio istruito, che aspira sollevarsi in più alta sfera sociale. Aveva ispirazioni, aspirazioni e illusioni di poeta. Scriveva facilmente versi e senza troppe volgarità, e ci metteva tanto animo da soffrirne. Se avesse potuto studiare e tutto raccogliersi nel lavoro poetico, sarebbe pervenuto a non comune altezza. Amava fortemente l’arte, e scrisse alcune produzioni non prive di merito, fra cui, la più felice, quel “Carlëvé ‘d Turin”, che, tradotto in italiano, fa ancora le spese alle serate di parecchi brillanti di Compagnie secondarie; ed è strano che il miglior lavoro di questo povero giovane, sempe melanconico, quasi preoccupato dalla fatalità della sorte che gl’incombeva, sia tutta una schietta, spontanea e graziosa comicità. Anche come attore, gli impedì di salire a quell’eccellenza, cui avrebbe potuto arrivare, la infermità del petto, contro la quale lottò coraggiosamente, ma per rimanerne vinto e morire non ancora giunto al sesto lustro”.
Viene spontanea una domanda: chissà, qualora il destino non gli fosse stato così avverso, e avesse potuto di conseguenza affinare nel tempo le sue indubbie qualità di commediante, e contemporaneamente addentrarsi in campo drammaturgico con l’abilità del mestierante che gli venne, e gli è, riconosciuta, se oggi incoroneremmo d’alloro l’attore o lo scrittore? Propendo per la seconda ipotesi, e perciò segnalo subito che Ël Carlëvé ‘d Turin andò in scena la prima volta al Teatro Balbo di Torino il 15 marzo 1869 presentato dalla Compagnia Tancredi Milone, preceduto dal bozzetto in un atto di Enrico Gemelli intitolato La grinfa (L’artiglio). Sarà in seguito, per tutto l’Ottocento, nel repertorio delle più importanti Compagnie piemontesi, e poi ancora nel 1902 (Compagnia Gemelli-Casaleggio), nel 1910 (Compagnia Federico Bonelli-Mario Casaleggio), nel 1932 (Compagnia “Artisti Associati” diretta da Arturo Zan), e infine nel 1972 (Associazione Teatro Piemontese) e nel 1978 (Compagnia Piccola Ribalta diretta Armando Rossi). Di queste ultime due realizzazioni, che videro l’accorta regìa di Gualtiero Rizzi, vogliamo ricordare anche gli interpreti, che meritarono gli elogi della critica tutta la quale, dei medesimi, lodò la bravura, l’affiatamento e la simpatia. La prima messinscena ebbe come protagoniste un’artista di razza come la sempre elegante e bravissima Milly, e l’esilarante grottesca Piera Cravignani, affiancate da Alessandro Esposito, Armando Rossi, Franco Ferrarone, Marisa Montagnana, Roberto Posse, Sandrina Morra, Giovanni Mongiano, Nino Giazza, e lo stesso Rizzi (sostituito, nella ripresa della successiva stagione 1972/’73, da Ovidio Portonero); la seconda vide schierate nelle parti principali Silvana Lombardo e Wilma Deusebio, cui facevano da contorno Armando Rossi, Gino Lana, Angelo Bertolotti, Rosalba De Pace, Franco Bay, Ernesto Gay, Sandrina Morra, Michele Bonaudo.
Dell’attore Luigi Vado, che fu uno dei più giovani comici scritturati da Giovanni Toselli nelle sue prime formazioni, non è dato avere notizie più esaustive, tanto più che gli storici che di lui si occuparono, paiono tutti rifarsi a quanto scrisse Vittorio Bersezio nelle sue prima accennate Appendici. Lo stesso Giovanni Drovetti, autore di una pregevole, anche se forse troppo appassionata, Storia del Teatro Piemontese (Editrice Lorenzo Rattero, Torino 1956), non modifica quanto scritto dall’autore del Travet, né aggiunge alcunché di nuovo, frutto di ricerche o di disamina critica accurata: abbiamo anzi il motivato sospetto che, considerata la scarsità delle pubblicazioni dei testi rappresentati, molti storici si siano affidati, nel redigere le loro cronache, a resoconti giornalistici, alla memoria imprecisa e fantasiosa di capocomici e attori superstiti, a riassunti più volte rielaborati. A mo’ di esempio di quanto andiamo dicendo, si leggano i seguenti due passi, che portano appunto la firma del Drovetti: “Luigi Vado… portò in quell’ambiente una nota di signorile distinzione e direi quasi, di eleganza. Aveva una simpatica figura, una fisionomia espressiva con tratti fini e delicati, pareva creato apposta per interpretare le parti di amoroso, per dare uno speciale risalto ai caratteri dei giovani gaudenti e dei seduttori di professione. Era poeta e scriveva versi con facilità e nella sua poesia vibrava la sua anima calda, ardente e nobile. È strano come un giovane di carattere melanconico, sempe preoccupato della sorte che non lo favoriva nelle sue aspirazioni, abbia potuto scrivere una commedia come il “Carlëvé ‘d Turin” in cui predomina l’elemento comico”. E in altra parte: “Attore nella Compagnia Toselli, era un bellissimo ragazzo, pallido con due grandi occhi espressivi, un profilo che aveva qualcosa del femmineo malgrado i due baffetti di cui menava vanto, perché diceva che erano la calamita che gli attirava le maggiori conquiste e sì che di conquiste non aveva purtroppo bisogno di farne molte, perché era minato dall’etisia. I suoi bei baffetti li sacrificò all’arteSiccome Toselli gli aveva affidata una parte di scemo, gli scrisse sulla parte: “Tagliarsi i baffi o passare ad un altro questa magnifica parte”. Sacrificò i baffi di cui andava così altero. Recitava molto bene e aveva una cultura non comune (…). Morì del male che lo minava da molto tempo, giovane ancora e innamorato della sua arte. Fu molto rimpianto”.
Abbiamo già ricordato che Toselli, capocomico di grande capacità e intuito, lo volle nelle sue prime compagnie, in ruoli di prestigio, scritturando in un secondo tempo anche la moglie Isabella. D’altra parte era proprio dell’attore cuneese ricoprire anche, insieme a quello di capocomico, attore e regista, il ruolo di “maestro di recitazione”. Una nota, tratta da un giornale dell’epoca, a proposito di due giovani da lui reclutati intorno ai primi anni sessanta, precisa: “La giovinetta Diodata Morino ha bei momenti artistici, e non le mancano doti atte a farla riuscire una buona attrice; ma bisogna che molto studi: e di quale studio io parli può dimandarne al Toselli. Il Luigi Vado possiede una bella voce, una presenza e dei modi abbastanza eleganti; ma non ha per anco acquistata sicurezza sul palco scenico, e si direbbe che tenti smettere l’incertezza del principiante, sia nel comprendere che nell’eseguire le parti”. Come a dire: sotto la guida di un tal insegnante, i due prescelti non potranno non dare attorialmente che buoni risultati: basta saper aspettare. E infatti il nostro fu, al debutto, uno dei due ipocriti impiegati ministeriali nella prima de Le miserie ‘d Monsù Travet (1863), interpretando già due anni dopo, nella stessa commedia, il difficile personaggio di Paulin; ne Ël pessimista di Giovanni Zoppis è poi subito dopo Ël dotor Malagamba; ne Un pregiudissi di Enrico Chiaves è Cesare Tassol; ne Tre partì, nsun marì, sempe del Chiaves, è Enrico Giuli; nel Compare Bonòm di Federico Garelli è Carlòt. Personaggi non protagonisti, ma di rilievo, in una formazione artistica, quella del fondatore del Teatro piemontese, che era sempre “scuola” e in cui venivano distribuite le parti con estrema pignoleria, mai sacrificando le ragioni dell’arte a favoritismi o a discutibili simpatie (quando ciò avvenne, purtroppo – e siamo negli ultimi anni di vita del Toselli – inizierà anche la parabola discendente di un “certo” teatro piemontese).
Della prematura fine di Luigi Vado non ancora trentenne, abbiamo già detto. Fu assistito, anche economicamente, dai suoi compagni di lavoro, dalla famiglia del suo capocomico, dalla Carolina Malfatti1 (fondatrice e direttrice di una scuola per attori considerata tra le migliori e più severe del suo tempo), sempre disponibile ad interventi in favore di artisti bisognosi, i quali tutti, attraverso sottoscrizioni, spettacoli, e amorevoli cure, gli resero forse meno dolorosa la dipartita.
Fu – dicono le cronache – molto rimpanto dal mondo teatrale e dal pubblico che lo aveva preso a ben volere e lo stimava sotto il profilo artistico. Ancora non aveva compiuti i trent’anni.

(Luigi Vado, Ël Carlëvé ‘d Turin, Gioventura Piemontèisa, Turin 2008)


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