Lingue minoritarie non riconosciute: gli untori dei pregiudizi

vèi-fàuss

I giornali mainstream sono da sempre megafono di chi cerca di cancellare le identità locali attraverso l’assimilazione linguistica. Una delle tecniche ricorrenti è proprio quella di cercare di togliere credibilità ad ogni iniziativa che vada nella direzione della rivitalizzazione delle lingue meno diffuse con la puntuale intervista di qualche trombone dal titolo altisonante.
Il piemontese ha subito questo genere di attacco per decenni, durante i quali diversi cattedratici si cono prestati a sottoscrivere dichiarazioni pseudoscientifiche volte a diffondere pregiudizi e luoghi comuni.
Oggi che i Lombardi ci hanno superati in efficienza, sono loro a farne le spese.
Riproponiamo qui alcuni spunti di riflessione sulla realtà delle lingue minoritarie non riconosciute dallo stato italiano, attraverso la risposta, inviata in forma di lettera (e non minimamente considerata dai media), del lombardo Comitato per la Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici.

Lettera aperta a Repubblica

In una recente intervista, Repubblica.it ha chiesto al professor Gobber dell’Università Cattolica un’opinione sul progetto di legge presentato in Regione Lombardia per la salvaguardia della lingua lombarda. Da linguisti esperti di mantenimento delle lingue “piccole” siamo rimasti sbigottiti dal numero di imprecisioni e luoghi comuni inclusi nell’intervista. Riportiamo le nostre riflessioni qui sotto, sperando possano chiarire alcune delle inesattezze.

Alla domanda “si può parlare di lingua lombarda?”, il professore risponde “no, in Lombardia ci sono molti dialetti tutti diversi fra loro. Parlare di lingua lombarda presuppone l’esistenza di una norma codificata, accettata e valida in un unico territorio”.

La prima affermazione è lapalissiana, la seconda è semplicemente errata. Tutte le lingue – soprattutto quelle “piccole” – sono insiemi di dialetti con alcune divergenze tra loro, ma sufficientemente omogenei e con sviluppi sufficientemente affini da renderli “lingua” nel senso storico-genealogico, ovvero nel senso puramente linguistico, del termine. Che i dialetti del lombardo si differenzino solo in modo superficiale e per via di sviluppi marginali è ineccepibile nel mondo della linguistica romanza.

La seconda affermazione di Gobber è errata semplicemente perché la maggior parte delle circa 7000 lingue parlate al mondo non hanno “una norma codificata, accettata e valida in un unico territorio”. Infatti, eccezion fatta per alcune lingue normate in tempi piuttosto recenti da accademie linguistiche nazionali come il francese, l’italiano, il tedesco e le altre lingue degli stati-nazione, la stragrande maggioranza delle lingue umane esistenti ed esistite non ha mai conosciuto codifica. Dire quindi che il lombardo non è “lingua” perché non ha una codifica significa rifiutare la stragrande maggioranza delle espressioni linguistiche della storia dell’essere umano. Una posizione, a nostro avviso, antropologicamente semplicistica oltre che incredibilmente elitista.

Gobber continua dicendo che in Lombardia “si parlano tanti dialetti” e che “sono stati identificati cinque-sei gruppi dialettali principali”. Questo è generalmente vero, anche se la tassonomia più accettata parla di quattro zone, non “cinque o sei” e queste “molte” distinzioni sono, come detto, superficiali e genealogicamente marginali. Tuttavia, l’identificazione di gruppi dialettali è una delle caratteristiche che accomuna il lombardo alle altre lingue regionali d’Europa: il catalano è formato da cinque gruppi dialettali, il galiziano da quattro e il basco da nove. Ovviamente tutte queste zone hanno poi variazioni al loro interno, esattamente come accade per il lombardo. Lo stesso Stato italiano riconosce tra le lingue meritevoli di tutela il ladino con le sue sei zone dialettali, la lingua occitana con le sue quattro ed il sardo con le altrettante quattro. L’uso di questi “due pesi e due misure” la dice lunga sulla situazione dei diritti linguistici in Italia. A scanso di equivoci: lo stesso vale per le altre lingue regionali d’Italia censite dall’Unesco ma ancora discriminate dallo Stato italiano come il veneto, il siciliano, il napoletano, il piemontese ecc.

Gobber conclude con un’altra verità lapalissiana ed un errore storico. L’idea che una codifica della lingua lombarda necessiti di un’operazione “a tavolino” è lapalissiana per via del fatto che qualsiasi codifica di una lingua necessita un’operazione “a tavolino”, dato che presuppone una certa operazione di ingegneria linguistica come per esempio lo sviluppo di un sistema ortografico, la compilazione di un dizionario e l’ampliamento e normazione di termini d’uso corrente. L’errore storico sta invece nell’affermazione che quelli che Gobber chiama “dialetti” avrebbero necessariamente “funzioni sociali riferite ad ambiti non formali, familiari, di paese, mentre non reggono in quelli istituzionali”. Questo è palesemente falso nel contesto italiano, dove il piemontese fu per lungo tempo lingua di corte dei Savoia così come lo fu il siciliano in Sicilia e il veneziano nella Serenissima. Il potenziale sviluppo delle lingue regionali è stato poi ripetutamente dimostrato in tempi recenti con il successo del mantenimento linguistico in Catalogna, Galizia e Galles (ma non solo), e come si sta cercando di fare anche in Sardegna con la Limba Sarda Comuna. Da queste esperienze emerge chiaramente come la lingua storicamente radicata in una regione (geografica o amministrativa) possa benissimo essere codificata per uso istituzionale. Tale uso istituzionale è anche una delle caratteristiche principali e necessarie per la salvaguardia di qualsiasi lingua, piccola o grande che essa sia, come chiaramente dimostrato da vari studi scientifici degli ultimi trent’anni e come ribadito e auspicato in varie sedi dall’Unesco, dalla Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie, e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici.

Gobber è palesemente contrario all’istituzione di una norma standardizzata perché farlo avrebbe “un’ambizione politica” e andrebbe contro l’interesse degli “autentici dialettofoni perché non aiuta la promozione del dialetto esistente e va nella direzione opposta della salvaguardia della tradizione”. Anche in questo caso, l’opinione è parziale e tendenziosa. Parziale perché istituire una norma standard che armonizzi la rappresentazione scritta di molte varietà dialettali di una lingua non è necessariamente un’ambizione politica. Più semplicemente, è una necessità legata alla possibilità di usare una lingua in un ventaglio di contesti più ampio, quindi di elevare le probabilità di una sua sopravvivenza. L’affermazione è inoltre tendenziosa perché vuol suggerire ai dialettofoni che una codifica della lingua andrebbe nella direzione opposta al suo mantenimento e rappresenterebbe uno “snaturamento della tradizione”. In realtà lo scenario è completamente diverso, e per niente apocalittico: come dimostrano tutti i casi di successo di rivitalizzazione linguistica, il mantenimento di una lingua va di pari passo con la sua capacità di evolversi, di adattarsi al mutare dei bisogni e dei contesti d’uso, e di essere percepita come viva e vitale.

Auspichiamo quindi che Regione Lombardia continui nel suo intento a mantenere e sviluppare il patrimonio linguistico della Lombardia attraverso l’ampliamento d’uso della lingua lombarda e seguendo gli sviluppi linguistici correntemente in atto nel resto d’Europa.

Marco Tamburelli – Docente di Bilinguismo, Università di Bangor, Galles (GB)
Claudia Soria – Istituto di Linguistica Computazionale “A. Zampolli”, Consiglio Nazionale delle Ricerche
Mauro Tosco – Università di Torino
Paolo Coluzzi – Docente di Italiano e Sociolinguistica, Universita’ di Malaya, Kuala Lumpur, Malesia
Federico Gobbo, Docente di Lingue Minoritarie Europee, Amsterdam (NL)

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