La vitalità di Novara

Giuseppe Tencaioli con Gianfranco Pavesi

[…] Gianfranco Pavesi è un giovane piemontesista nato a Borgo Lavezzaro, l’ultimo paese prima della provincia di Pavia, che vive e lavora a Novara. Nel 2002 ha fondato l’Academia dël Risôn “Uficina di parladi dal Nuares”, nata sull’esempio illustre dell’Accademia della Crusca.
In due ore Pavesi ha tracciato un sintetico profilo della letteratura nelle parlate di Novara, premettendo che “Il dialetto di Novara è una parlata di transizione, una mescolanza di piemontese e di lombardo occidentale”.
Il più antico documento conosciuto scritto interamente nel dialetto di Novara risale al 1835, quando Attilio Zuccagni Orlandini, per la sua “Corografia degli Stati Sardi”, chiese al suo informatore novarese, l’avvocato Antonio Bianchini, la traduzione nella parlata locale del “Dialogo tra un padrone e un suo servitore”. Nel 1854 arriva davvero il dialetto di Novara: in occasione dell’inaugurazione della strada ferrata Novara-Alessandria-Genova, il Professor Gioacchino Coppa scrisse l’”Ode popolare in dialetto novarese”, che conferma sia l’inesistenza di una letteratura dialettale precedente, che la varietà di espressione tra la gente novarese.
Il primo volume, ad oggi conosciuto, dedicato ai dialetti del “novarese” è “I parlari del Novarese e della Lomellina” di Antonio Rusconi, pubblicato nel 1878, che riporta per ogni località una versione della parabola del Figliol Prodigo.

Sandro Bermani
(1906-1979)

Gianfranco Pavesi attraverso la lettura dei testi riportati nella dispensa fornita ai partecipanti – in parte tratti da “Novara nelle vecchie carte” di Gaudenzio Barbè, pubblicato nel 1977 – ha fatto notare la mancanza di uniformità delle trascrizioni dei testi del sec. XIX.
La seconda parte della lezione è stata dedicata ai cinque poeti di Novara (sei in realtà), notati da Pinin Pacòt, che li chiamò “Ij Cinch (+ 1…) dë Noara”: Sandro Bermani, Malilla De Angelis, Dante Ticozzi, Luisa Falzoni, Giulio Carlo Genocchio e Giuseppe Tencaioli.

Giulio Carlo Genocchio
(1923-2008)

Questi poeti, di cui è attivo e vivente solo Tencaioli, non costituivano una vera e propria scuola poetica, ma erano persone di cultura, che avevano a cuore il Novarese e conoscevano la metrica! Molti di coloro che oggi si definiscono “poeti dialettali” purtroppo fanno solo rime baciate: “Fare la rima senza metrica è come andare in giro con le calze senza scarpe”, ha ricordato Pavesi leggendo una poesia di Giulio Carlo Genocchio, “Për fà na poesìa”. Nella prima parte Genocchio elenca impietosamente tutti gli ingredienti della poesia vernacolare: “Un dialetto messo nel sottoscala culturale”, per indurre i poeti dialettali a un sincero “esame di coscienza”, come quello auspicato da Carlo Porta perché i poeti trattano “una materia troppo delicata”. Certe belle idee si avvalorebbero maggiormente in prosa piuttosto che in poesia, come dimostra Enrico Portalupi, che “rara avis”, scrive anche in prosa.

Annamaria Balossini

L’incontro si è concluso con la lettura della poesia dialettale novarese contemporanea: “E incheu? On dialèt për ël Domila”. Alcuni giovani poeti: Cristina Negri, Annamaria Balossini, Franco Giuffrida, Tiziana Delsale, raggiungono esiti molto raffinati, utilizzando sinestesie, onomatopee per esprimere contenuti “forti” e di attualità: la poesia arriva dappertutto, mantiene un senso e un valore anche fuori dalla città che l’ha vista nascere. I nuovi poeti utilizzano la grafia normalizzata piemontese, con integrazioni e variazioni richieste dalla peculiarità della parlata.
La lezione, vivace e ben condotta, ha permesso di allargare lo sguardo al Novarese, un territorio cui la Valsesia è storicamente legata, e ha suscitato molto interesse, alimentando la volontà di “fare rete”, per scambiare le conoscenze e sentirsi più uniti.

(VercelliOggi 14.4.2009)

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