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La letteratura

Le origini
I Sermoni Subalpini

La lingua piemontese non è un dialetto dell’italiano, ma una lingua che, derivata dal latino per linea diretta, ha poi avuto la sua normalizzazione grafica e grammaticale e una sua letteratura non solamente poetica: due caratteristiche che la allontanano dai dialetti italiani e la qualificano appunto come una lingua.
I suoi primi documenti, che non sono solo testimonianze linguistiche pure e semplici ma anche letterarie, sono i Sermoni Subalpini, una raccolta di 22 omelie festive, opera di autore anonimo. Non si conosce con certezza, infatti, né chi le scrisse né dove né l’anno preciso, anche se possono essere collocate verso la fine del XII secolo.
Altre testimonianze dei secoli XIII-XV
Il detto del Re e della Regina
È un poemetto (con i versi intercalati da proverbi) il cui testo si trova in un codice del XIII secolo (o, più plausibilmente, del XIV) nella Biblioteca capitolare di Novara. L’autore (o il trascrittore) è fra Columba de Vinchio.
Gli statuti dell’Ospizio della Società di San Giorgio del popolo di Chieri (1321)
È’ il più antico documento datato scritto in piemontese. Si tratta della Costituzione, dello Statuto e del Giuramento dei Rettori della Compagnia di San Giorgio di Chieri, che nel Comune rappresentava la parte popolare.
Il testo si conserva presso l’archivio comunale di Chieri.
Canzone per la Presa di Pancalieri (1410)
Si trova in un volume degli “Ordinati della Città di Torino” ed è un componimento rimato di 24 versi di genere epico e di autore ignoto.
La Sentenza di Rivalta (1446)
Conservata presso l’archivio di Stato di Torino, è un documento che riguarda una promessa di nozze non mantenuta. È interessante il fatto che un documento pubblico (una sentenza di tribunale) fosse scritto tutto in Piemontese.
Le Laudi
Si tratta di qualche frammento di poesia religiosa, fra i quali ricordiamo:
- la Lamentatio Mariae di Torino (biblioteca Reale di Torino);
- la Lamentatio Domini di Chieri (sec. XV);
- la Laudatio Mariae del laudario di Saluzzo;
- le Laudationes di Carmagnola e di Bra (una preghiera e due sermoni in Piemontese);
- la cosiddetta Pastorella semplice, pubblicata per la prima volta da Pinin Pacòt su “Ij Brandé” del primo gennaio 1947 (questa redazione è dei primi del ‘600).
Le “Recomandaciones”
Sono preghiere in Piemontese che accompagnano le lodi in italiano del laudario di Saluzzo (fine sec. XV).
G.G. Alione
Giovan Giorgio Alione è vissuto, anche se non se ne conoscono con precisione le date, fra i secoli XV e XVI, poiché le sue dieci farse (Opera Jocunda) sono state pubblicate la prima volta nel 1521 e scritte intorno al 1490. Nato ad Asti, lo scrittore impiega nelle sue opere la sua parlata naturale astense mescolandola con altre lingue (toscano, milanese, francese, latino) a seconda del personaggio che parla.
È uno dei pochi scrittori piemontesi noti fuori Piemonte e nominato nelle storie della letteratura italiana (altri sono Tana, Calvo, Brofferio, Bersezio, Costa e Pacòt).
I Secoli XVI - XVII
Se si eccettuano i primi secoli delle origini, sono i due secoli meno rappresentati nell’ambito delle nostre lettere. Tra le poche opere che conosciamo (escluso l’Alione) possiamo ricordare:
- due commedie pastorali, vale a dire la Commedia pastorale di nuovo composta di Bartolomeo Brayda di Sommariva (1556) e la Margarita di Marcantonio Gorena di Savigliano (1608). Bisogna notare che in queste commedie solamente qualche personaggio (il Villano nella Commedia del Brayda, Tòni e altri due nella Margarita) parlano piemontese;
- una poesia del Duca di Savoia Carlo Emanuele I (1562-1630), scritta poco prima della guerra di successione del Monferrato (1613), il cui primo verso è A l’é quel bufon del fra;
- Prospero Torello di Borgomanero, autore di una canzone comica su di un’incursione in Valsesia del 1678 (conservata ms. nella biblioteca Ambrosiana di Milano).
G. B. Tana
Nato nel 1649 e morto nel 1713, è l’autore della commedia Ël Cont Piolèt, rappresentata negli anni ’70/’80 del secolo (la prima edizione a stampa è però solo del 1784) e scritta (come quelle ricordate sopra) parte in piemontese (quattro personaggi su otto e il coro) e parte in italiano. Più che di una commedia si tratta di una commedia musicale (cioè un’”opera buffa”), con la presenza di un coro e di ariette musicali che chiudono diverse scene.
Il XVIII Secolo
L’Arpa discordata
È un poemetto di 1812 versi, che prosegue la tradizione piemontese della Canson ëd guèra (Canzone di guerra; cfr. la Canson ëd Pancalé del 1410). L’autore è un religioso canavesano (di Favria), Francesco Antonio Tarizzo che, presente all’assedio di Torino del 1706, ha voluto immortalare la cronaca di quelle giornate con quadretti di vita quotidiana vista attraverso immagini ora tragiche, ora comiche ma sempre piene di umanità.
Il Tòni
Il Tòni è un genere letterario del tutto caratteristico del Piemonte. Si tratta di un componimento di origine popolare e di argomento generalmente facezioso o satirico, i cui primi esempi risalgono al XVII secolo (ma è probabile che questo genere sia più antico), organizzato in strofe di quattro (od otto) versi in varie rime.
Le ipotesi sull’origine del nome sono due:
- dal nome proprio Tòni (Cibrario e Collino), diminutivo di Antonio, in ricordo del personaggio che, nelle commedie, rappresentava il contadino, spesso poco istruito ma dotato di buonsenso, che parlava piemontese anche se gli altri personaggi parlavano italiano; tale ipotesi è rafforzata dal fatto che alcuni tòni deridono i contadini (Su le batiaje d’un paisan, Sul battesimo di un contadino, del Ventura) e che tutti i tòni mostrano uno spirito originale e popolare, satirico e pieno di buonsenso;
- dal termine spagnolo tonos (derivato dal latino tonus) (Brero), che significa “canzone” (infatti i nostri tòni sono quasi sempre definiti anche “canzoni”, e dovettero essere accompagnati da musica) e distingue un genere poetico-musicale nato nel XVII secolo in Spagna, molto prossimo ai nostri Tòni.
Che i Tòni siano composizioni anonime dipende tanto dalla sua origine popolare tanto dal fatto che, in specie nella seconda parte del Settecento, poteva essere troppo rischioso per l’autore firmarsi, dal momento che con i suoi versi satirici spesso attaccava i signori e chi deteneva il potere.
Il secolo aureo del Tòni è il Settecento, ma possediamo anche quattro Tòni anonimi del Seicento (Canzone di Madonna Luchin-a, La canson dij dësbaucià, Canzone della ballovria, Canson për ël tramué ’d San Michél), ritrovati da A. Clivio alla Biblioteca Reale di Torino e pubblicati nel 1968.
Ignazio Isler
Padre Ignazio Isler, nato forse nel 1702 e morto nel 1778, era monaco dei Trinitari, ordine del quale fu anche superiore provinciale. Ha vissuto quasi sempre nella chiesa torinese della Crocetta, che in quegli anni si trovava fuori dai confini della città vera e propria, della quale fu anche parroco.
La sua opera poetica è una raccolta di 52 canzoni (tòni) che, mai pubblicate vivente l’autore, sono state stampate una prima volta nel 1783 dal Pipino (solamente 26 canzoni e non tutte sotto il nome dell’Isler e inoltre molto castigate nel testo) e poi dal 1799 (prima edizione completa) al 1968, per un totale di dieci edizioni.
Gli argomenti trattati dall’Isler sono quelli tradizionali della poesia popolare che guarda con occhi obiettivi la vita quotidiana (mogli scontente del marito e mariti scontenti della moglie, monaci e monache che hanno preso i voti contro la propria volontà, chansons à boire e lodi al vino, matrimoni e funerali, litigi fra nuore e suocere); la scena è sempre cittadina e la lingua è un chiaro esempio di come parlavano i popolani torinesi di quel tempo, con un uso abbastanza libero di termini spesso triviali e volgari.
V. A. Borrelli
Il cavalier Vittorio Amedeo Borrelli nacque a Valenza Po nel 1723 e morì nei primi anni dell’Ottocento. È autore di diversi sonetti di tono leggero e arcadico e di numerosi tòni che non hanno certamente, in ogni caso, la forza lessicale di quelli dell’Isler né la novità di argomento di quelli del Ventura, ma rappresentano una specie di adattamento del genere alla misura e all’eleganza della poesia dell’Arcadia. Sono poi interessanti diverse lettere sue di argomento linguistico e grammaticale.
È necessario ricordare che i due maggiori studiosi del genere del Tòni (l’Armando e il Collino) credevano che il Borrelli e il Ventura fossero la stessa persona (Ventura sarebbe stato lo pseudonimo del Borrelli); non solo, ma l’Armando pensava perfino che Ventura Cartiermetre potesse essere lo pseudonimo di un altro autore di Tòni, vale a dire il Burzio.
Ventura Cartiermetre
Con lo pseudonimo di Ventura Cartiermetre (che gli derivava dal fatto di essere appunto Cartiermetre, in it. Quartiermastro, dell’esercito piemontese) è conosciuto Giuseppe Ignazio Antonio Avventura, nato a Torino nel 1733 e morto, per un “incidente”, nel 1777. Per l’identificazione di questo autore si veda anche quanto detto in coda alla figura del Borrelli.
L’opera del Ventura è costituita da 16 tòni, ma altri, anonimi, potrebbero essergli attribuiti. In diverse delle sue canzoni il poeta tralascia gli argomenti più quotidiani e familiari e la satira moralistica dell’Isler per andarne a toccare altri più rischiosi e virulenti, come quelli legati alla satira sociale e politica, antinobiliare e anticlericale. In questo modo il Ventura apre una strada nuova alla poesia piemontese, strada che sarà poi battuta in profondità vent’anni dopo dal Calvo.
Silvio Balbis
Nato a Caraglio nel 1737 e morto a Saluzzo nel 1796, il Balbis, religioso e predicatore famoso, fu dell’Arcadia e poeta anche in italiano. I suoi versi non hanno molta importanza se non come testimonianza della lingua dei suoi tempi e come esempio di poesia arcadica piemontese, poesia che in quegli anni ebbe nel nostro Paese una sequela di imitatori e di sostenitori (uno di essi fu Onorato Pelicò, padre di Silvio Pellico) che scrissero le loro rime per celebrare nozze e battesimi o per ricordare una monacazione o una nomina vescovile o ancora per piangere una morte. Quasi tutte queste opere (a volte anonime a volte no, ma comunque di autori di cui poco o nulla sappiamo) sono manoscritte o pubblicate in miscellanee o in opuscoli, per nozze o per altre ricorrenze.
Poeti Astigiani e i sonetti del Palio
La tradizione dei sonetti per il Palio di Asti potrebbe costituire forse una sorta di genere letterario autonomo, all’interno del quale ricordiamo vari esempi di scrittori, come Giuseppe Cacherano della Rocca e Coassolo e altri anonimi. Questi sonetti sono fondamentali per conoscere le caratteristiche della parlata astigiana della fine del Settecento, così come l’opera di Stefano Incisa, che si firmava sotto lo pseudonimo di Astzan dra contrà Meistra.
Maurizio Pipino
Non si tratta di un poeta, ma del personaggio che per primo ha riconosciuto l’importanza di una codificazione ortografica e grammaticale e di una normalizzazione grafica della lingua piemontese. Medico alla corte di Torino, Maurizio Pipino (nato a Cuneo non si sa quando e morto su di una nave nelle vicinanze di Rodi nel 1788) ha avuto il merito di scrivere la prima grammatica piemontese (1783), accompagnata da un dizionario e da un’antologia esemplificativa dei migliori scrittori in piemontese del suo tempo. Questo progetto, che è ancor oggi significativo per la storia della nostra lingua, dal momento che il Pipino fonda il concetto di koinè piemontese, era nato dal desiderio di insegnare il modo quotidiano di parlare della corte sabauda (n.b.: piemontese, e non italiano) a Maria Adelaide Clotilde Saveria di Francia, diventata per nozze principessa di Piemonte.
Pegemade
Del 1777 sono tre commedie (o piuttosto, “satire”, cioè tragicommedie accompagnate da musica) di un non meglio identificato scrittore che si firma solamente col il proprio nome d’Arcadia: Pegemade. I tre lavori, in cui secondo la tradizione alcuni personaggi parlano piemontese e altri italiano, sono:
- Il Notajo onorato
- Adelasia
- Adelaide regina d’Italia e poi imperatrice.
Solo la prima opera è ambientata al tempo dell’autore, mentre le altre due presentano un’ambientazione storica (secc. X-XI).
E. I. Calvo e i poeti giacobini
Il medico Edoardo Ignazio Calvo, nato a Torino nel 1773 e morto di tifo nel 1804 mentre curava i malati all’ospedale di San Giovanni in Torino, è certamente uno dei più grandi della nostra letteratura (e non solo dei suoi tempi).
La sua produzione poetica, tutta impregnata di sentimenti giacobini e antireligiosi di rivalsa da parte del terzo stato nei confronti dei nobili e dei preti, va dal 1796 al 1804 e, oltre a composizioni (in prosa e in poesia) in francese e in italiano, comprende:
- Canson quasi poética pr’ël matrimòni ’d tòta Teobalda Turinet con l’intendent Morand (”Canzone quasi poetica per il matrimonio della signorina Teobalda Turinet con l’intendente Morand”, dove si trovano i versi, famosissimi e programmatici: ognidun ant sò vilagi/dev avèj la gelosìa/d’ëspieghesse ’nt sò linguagi//; vv. 62-64, “ognuno nel proprio villaggio deve avere la fierezza di spiegarsi nel proprio linguaggio”)
- Passapòrt dj’aristocrat (”Passaporto degli aristocratici”)
- L’aurora dla libertà piemontèisa (”L’aurora della libertà piemontese”)
- Campan-a a martel pr’ij piemontèis (”Campana a martello per i piemontesi”)
- Sairà dij piemontèis (”ça ira dei piemontesi”)
- Sui prèive (”Sui preti”)
- Folìe religiose (”Follie religiose”, un poemetto in ottave in tre canti)
- A un scolé ’d Zenon (”A un allievo di Zenone”)
- Al sò amis compare Tòni dà ’l bondì barba Giròni (”Al proprio amico compare Toni dà il buongiorno lo zio Gerolamo”
- Contra ’l médich Archin (”Contro il medico Archin”)
- Su le fije d’arforma (”Sulle ragazze riformate”, cioè “rimaste zitelle”)
- Fàule moraj (”Favole morali”, dodici favole poetiche in terzine, con animali o figure allegoriche come protagonisti, che danno inizio ad un genere che sarà molto apprezzato nella nostra letteratura)
- Su la vita ’d campagna (”Sulla vita di campagna”)
- Ritrat dël cont Ciavarin-a (”Ritratto del conte Chiavarina”)
- Petission dij can a l’ecelensa Ministr dla Poliss (”Petizione dei cani all’eccellenza Ministro di Polizia”)
- Stanse a mëssé Edoard (”Stanze a messer Edoardo”)
- Avis al pùblich (”Avviso al pubblico”)
- A-i ven për tùit la soa ossia l’Artaban bastonà (”Ad ognuno il suo ossia l’Artabano bastonato”, commedia in due atti).
Accanto alla figura del Calvo possiamo ricordare qualche altro scrittore che può essere inserito nel panorama della stagione giacobina:
- il Cittadino C.C., autore di una canzone di intonazione giacobina (La bissa-copera për pòsta, “La tartaruga per posta”) scritta nel 1798/99;
- Le ridicole illusioni dell’anno IX, una commedia d’autore anonimo (qualcuno pensa possa essere il Calvo), certamente uno dei capolavori del teatro piemontese;
- le Poesie dopo l’insorgimento seguito in Carignano: un sonetto, una canzone e un madrigale stampati a Carmagnola nel 1797;
- il Testament d’un pito aristocràtich (”Testamento di un tacchino aristocratico”), scritto da Giuseppe Cantù (1741-1817) e cantato a Carignano nel 1799.
Il XIX Secolo
La letteratura nell’età della Restaurazione
Negli anni della cosiddetta Restaurazione (1815-1848), cioè, per ciò che riguarda la nostra letteratura, negli anni che vanno dal Calvo al Brofferio, non possiamo segnalare autori di valore, ma solo qualche scrittore di livello medio, da ricordare più che altro come testimone della lingua del suo tempo o come esempio della persistenza di alcuni generi letterari (epigramma, tòni, favola morale). Bisogna invece notare che è proprio in questi anni che si fa via via più forte anche la tradizione della prosa che, a parte il teatro, per tutto il Settecento aveva ceduto alla poesia.
Anteriori e, per qualche caso, contemporanee all’opera del Brofferio e del Rosa possiamo ricordare le figure di:
- Chiaffredo Casale: autore di un poemetto di 90 quartine (Amor marcand da mòda; 1807), una delle opere migliori fra quelle scritte in questi anni.
- Carlo Casalis: è l’autore di una delle migliori opere di questi tempi, vale a dire La festa dla Pignata, ossìa amor e conveniensa, una commedia in tre atti stampata a Torino nel 1804; oltre a questa commedia, che può dirsi il suo capolavoro, ha anche scritto un Quaresimal sacociàbil an vers Piemontèis-Italian (1805), altri poemetti di argomenti vari e 25 Fàule Esopian-e in terza rima.
- Raimondo Feraudi di Saluzzo: monaco domenicano, ha scritto sotto lo pseudonimo di Fàuride Nicomedan diversi poemetti didascalici, fra i quali i più celebri sono Rimedi sicurìssim contra le petechie (1817) e Ij fumeur-Facessia polémica (1836).
- Giuseppe Ellena: con lo pseudonimo di Solitari dla val Breuss è autore di un Galateo piemontèis in quartine e di varie prose di argomento vario stampate sul “Parnas Piemontèis”, almanacco che usciva ogni anno a Torino (dal 1831 al 1849), al quale collaborarono quasi tutti gli autori di quegli anni e con il quale sia il Brofferio che il Rosa polemizzarono in modo piuttosto violento, considerandolo l’esempio più eclatante della “decadenza” della poesia piemontese dei loro anni, disimpegnata politicamente e civilmente.
- padre Giuseppe Frioli (1745 ?-1850 ?): autore di vari Tòni (pubblicati però solo nel 1881) che ci riportano all’incirca al mondo dell’Isler, con i suoi quadretti di vita quotidiana torinese; accanto all’opera di padre Frioli possiamo ricordare qualche tòni anonimo, come il Tòni dle servente (1812).
- Giovanni Ignazio Pansoya: autore di due volumi in versi Ricreassion dl’autonn (1827) e Tre caprissi piemontèis (1830), fra i quali il più famoso è il capriccio-tòni Dòira gròssa ant l’ambrunì, componimento moraleggiante e satirico di costume.
- Giacinto Buniva: autore di una parodia del capriccio-tòni su Dora Grossa del Pansoya intitolata Dòira gròssa vers mesdì.
- Enrico Bussolino: nato a Torino nel 1774, sotto lo pseudonimo di L’Armita ’d Cavorèt ha scritto un poemetto intitolato L’amis dle Muse piemontèise, in cui difende il valore e la dignità della nostra lingua e la necessità di adoperarla in opere letterarie di alto profilo; tuttavia, proprio nella convinzione di nobilitare la nostra lingua, ha commesso l’errore di riempirla di italianismi: su questa strada è stato seguito dal Pansoya e dal Peyron, mentre altri (coma Buniva e Pelicò) rifiutarono questa idea.
- Agostino Bosco di Poirino (1741-1817): ha scritto due volumi di Rime piemontesi (1801-1802) e un volume inedito di epigrammi italiani e piemontesi, fra i migliori scritti (con le sfumature della parlata poirinese) nella nostra lingua.
- Giovanni Maria Regis: autore solamente di un libretto di epigrammi, le Folìe Piemontèise (1830), stampati sotto il nome di Armita Canavzan.
- Giuseppe Arnaud: uno fra i favolisti piemontesi più validi, autore di 16 favole morali in prosa (le prime della nostra letteratura, mentre le altre conosciute sono in poesia).
- Vincenzo Andrea Peyron: è l’autore di una raccolta di Fàule Piemontèise poétiche, crìtiche, leterarie e moraj (1830-1831).
Angelo Brofferio
Nato nel 1802 a Castelnuovo Calcea, dopo gli studi ad Asti e a Torino si laureò in Legge, intraprendendo la professione forense, l’attività giornalistica (collaborò a diversi giornali, fra i quali il più celebre fu il “Messaggere Torinese”) e quella politica. Repubblicano e democratico, sostenitore della causa risorgimentale italiana, negli anni ‘30 fu arrestato varie volte. Eletto deputato al Parlamento subalpino nel 1848, nemico di Cavour e della politica governativa, si avvicinò negli ultimi anni a Casa Savoia, al punto che il re gli dette l’incarico di scrivere, in italiano, la Storia del Parlamento Subalpino. Sono in italiano anche un libro autobiografico (I miei tempi) e diverse opere teatrali, mentre la sua celebrità è assicurata dalla sua produzione in piemontese, le Canson piemontèise (Canzoni piemontesi), di parecchie delle quali lui stesso scrisse anche la musica.
Morì nel 1866, in Svizzera, in una villa nei pressi di Locarno.
Sulla scia della lezione del Calvo, anche il Brofferio privilegiò la satira politica e sociale, antinobiliare e anticlericale, pur senza dimenticare gli argomenti sentimentali e personali.
I minori risorgimentali e post-risorgimentali
- Cesare di Saluzzo (1778-1853): intellettuale e uomo politico, ha composto versi piemontesi di argomento generalmente patriottico.
- Cesare Balbo (1789-1853): pensatore e celebre uomo politico, ha anche scritto poesie piemontesi (non tutte edite) fra le quali la più famosa è l’ode La vos d’Italia.
- Fulberto Alarni: pseudonimo di Alberto Arnulfi (1849-1889), poeta di ispirazione più che altro satirica e moralistica, mentre le sue ultime composizioni (era stato trasferito a Roma nel 1884) si tingono di un senso di rimpianto e di nostalgia per il proprio paese, il Canavese e il Piemonte.
- sac. Giovanni Bosco: è il santo fondatore della congregazione dei Salesiani, autore di diversi tòni di ispirazione satirica e moralistica e di qualche verso (Giandoja e sò codin) di tono abbastanza conservatore.
- Claudio Calandra (1818-1882): padre di Edoardo (scrittore in piemontese e in italiano) e di Davide (scultore), ha scritto versi più che altro intrisi di nostalgia per ciò che il Piemonte fu.
Il teatro della seconda metà dell’Ottocento
Il teatro è stata di certo la forma di comunicazione letteraria più popolare e diffusa dalla seconda metà dell’Ottocento fino all’incirca alla fine della seconda guerra mondiale ed ai primi anni del secondo dopo-guerra; proprio per questa ragione esso è stato considerato dal potere un mezzo assai utile per condurre la gente dove si voleva (ad esempio l’italianizzazione forzata del modo di parlare dei Piemontesi, che dovevano a tutti i costi non solamente imparare, ma anche adoperare sempre più la lingua nazionale dimenticando, in questo modo, la loro lingua naturale ed originale). Quest’opera di italianizzazione forzata fu condotta più che altro grazie al teatro (anche se non tutte le opere presentano tali caratteristiche linguistiche) e ai giornali, due esperienze in cui notiamo l’uso di una lingua piemontese contaminata dalla presenza sempre più consistente di italianismi piemontesizzati e, talora, di termini totalmente italiani, in modo che la gente imparasse, poco per volta, l’idioma gentile.
Fra gli autori di teatro che hanno scritto solo o anche in piemontese (un elenco del 1887 ricorda, per gli anni che vanno dal 1859 al 1887, i nomi di 60 scrittori e i titoli di oltre 300 commedie) ricordiamo:
- Giovanni Toselli (1819-1886): attore e capocomico, è considerato il fondatore del teatro nazionale piemontese, anche grazie alla sua compagnia stabile che avviò una forma di teatro popolare e professionale (nel 1859, con la rappresentazione a Torino della sua Cichin-a ’d Moncalé, ispirata alla Francesca da Rimini di Silvio Pellico).
- Federico Garelli (1831-1885): autore de Ij pciti fastidi e delle opere militar-patriottiche Guèra o pas?, La partensa dij contingent e La scòla dij soldà; è stato scrittore anche di poesie.
- Giovanni Zoppis (1830-1876): ricordiamo Marioma Clarin e Clarin marià e l’autobiografica La neuja.
- Luigi Pietracqua (1832-1901): torinese d’adozione (era nato a Voghera) è l’autore che ha impiegato nelle sue opere la lingua più corrotta da italianismi, tanto in quelle teatrali (Ël pòver pàroco, Ël cotel, Question dël pan) che nelle sue poesie e prose (i romanzi storici Don Pipeta l’asilé, Ël Lucio dla Venerìa, La còca dël gàmber).
- Vittorio Bersezio (1828-1900): giornalista oltre che scrittore, è il più famoso autore che abbia scritto in piemontese: basterebbe ricordare il suo capolavoro Le miserie ’d monsù Travèt (prima rappresentazione nel 1863, a Torino, al teatro Alfieri), ma possono essere ricordate altre sue opere, come l’ultima, il Bastian contrari del 1882.
- Mario Leoni (pseudonimo di Giacomo Albertini, 1847-1931): è l’autore di commedie che, ispirate in maniera diretta alla vita quotidiana della povera gente, come Ël bibi, Ij mal nutrì, La fija dël bòrgno, An nòm dla lege, rappresentano una sorta di teatro “sociale”; è anche autore di una prosa di carattere storico Ël sàut dla bela Àuda (Il salto della bell’Alda).
- Eraldo Baretti (1846-1895): autore di un vero capolavoro Ij fastidi d’un grand òm, tradotta in Italia, Francia e Germania e rappresentata ancora oggi.
La seconda metà dell’Ottocento:
” ‘L Birichin” e i suoi poeti
Abbiamo ricordato che, col teatro, i giornali erano l’altro mezzo per diffondere la convinzione che il “dialetto” dovesse, presto o tardi, lasciare il posto alla “lingua” e che la situazione piemontese non potesse più identificarsi con uno scenario “nazionale” ma piuttosto regionale e provinciale: insomma, la convinzione che il Piemonte non fosse più una nazione, e Torino la sua capitale, ma una regione d’Italia, e Torino solo una delle tante città italiane.
Quest’opera di “provincializzazione” dal punto di vista letterario è stata sostenuta, forse in modo neppure del tutto cosciente, da pubblicazioni periodiche come il giornale ” ‘L Birichin - Giornal Piemontèis” che, uscito a Torino dal 1884 al 1928, diede una grossa mano a diffondere questa idea della lingua come “dialetto” (le poesie erano scritte in “torinese”) e della letteratura piemontese come espressione di una società provinciale e “minore”. È’ tutto un mondo di sartine e di studenti, di cocottes o di signore della buona società, di commendatori e cavalieri da un lato e di mantenute dall’altro: il tutto nel quadro della Torino belle époque, fra le vetrine dei negozi e le prime automobili, con talvolta, sullo sfondo, il popolo che lavora e che si lamenta o si diverte.
È’ ormai consuetudine parlare di generazione del “Birichin” e di poesia birichinòira riferendosi ai poeti che hanno scritto fra gli anni ‘80 dell’Ottocento e i ‘20 del nuovo secolo. Ma non dimentichiamo che sulle colonne del “Birichin” hanno anche scritto due grandi come Alfonso Ferrero e Arrigo Frusta, e che sul giornale torinese (erano ormai i primi anni del secolo) debuttò come poeta anche Nino Costa. Fra i tanti nomi dei collaboratori del giornale in più di quaranta anni di vita ricordiamo:
- Alberto Viriglio (1851-1913): più conosciuto come ricercatore e divulgatore di curiosità e notizie di vario genere (linguistico, storico, folklorico…) della cultura torinese e piemontese, è anche stato autore di poesie e di prose e divulgatore di quella grafia (ormai abbandonata ma assai usata negli anni a cavallo dei due secoli), conosciuta appunto come “virigliana”.
- Giovanni Gastaldi (1865-1914): sotto lo pseudonimo di Tito Livido scrisse diverse composizioni, più che altro per musica, stampate nel volume Chitarade (1904).
- Oreste Fasolo (1864-1914): uno degli esponenti più caratteristici della poesia “birichinòira”, come dimostra il suo volume Carësse e sgrafignon (1888).
- Leone Fino (1861-1935): con lo pseudonimo di Rico pubblicò tre libri di poesie: Mè fieul (1890, dedicato al figlio, e forse il meglio riuscito), Griòte (1906) e Fròle e frolon (1925).
Dopo costoro ricordiamo gli scrittori che sono riusciti ad elevarsi sulla mediocrità della produzione “birichinòira” e che, con Alfonso Ferrero, hanno raggiunto risultati davvero significativi, se paragonati agli altri collaboratori di questo giornale:
- Giovanni Gianotti (1867-1947): autore di Fërvaje d’ànima, ha goduto della stima di Pinin Pacòt, che in lui e in Alfonso Ferrero vedeva gli unici poeti della loro generazione nei quali potesse scorgersi una scintilla di modernità e che potessero, dunque, dirsi davvero “precursori” della poesia piemontese moderna.
- Amilcare Solferini (pseudonimo di Vittorio Actis; 1870-1929): poeta e scrittore teatrale (sono suoi i drammi Feu e fiame, Brava gent, La canaja e altri), per la sua produzione poetica è stato paragonato da Pinin Pacòt a un poète maudit, in particolare per il suo ultimo volume Mentre la tèra a gira (1923).
- Arrigo Frusta (pseudonimo di Augusto Ferraris; 1875-1965): esordì con il volume di poesie Faravòsche (1901) tentando di uscire dagli imbarazzanti confini dell’esperienza del “Birichin”, ma è la sua produzione in prosa, particolarmente quella uscita dopo l’incontro con Pacòt, su “Ij Brandé” dal 1946 in poi, a segnare la sua validità letteraria. Le sue opere in prosa in volume sono Ij sent ani dël cìrcol dj’artista (1951) e Fassin-e ’d sabia (postumo; 1970).
Alfonso Ferrero
Nato nel 1873 a Torino, ivi morì, dopo avere anche provato per dieci anni l’esperienza del manicomio, nel 1933.
Paragonato da Pinin Pacòt, anch’egli come Amilcare Solferini, a un poète maudit, di certo Ferrero si presenta nei suoi versi come un contestatore e un ribelle, animato da sentimenti di rivincita. Ferrero ha toccato quasi tutte le forme dell’arte letteraria, dalla commedia (La Regin-a d’un Rè e molte altre) al romanzo (Basin vendù) e al racconto (A l’é mach na sartòira), alla poesia (le sue composizioni, mai pubblicate in volume, aspettano ancora un’edizione definitiva e completa, dal momento che fino ad oggi ne è uscita solamente, nel 1970, una scelta dal titolo Létere a Mimì e àutre poesìe).
La prosa della seconda metà dell’Ottocento
Anche la prosa narrativa (romanzi e racconti), rivolgendosi per la maggior parte ad un pubblico popolare, è stata generalmente utilizzata, come già capitò con il teatro e i giornali, per dare l’esempio di una lingua, che potremmo definire “piemontarda”, assai differenziata dal piemontese vero ed originale, essendo parecchio italianizzata, nel lessico come nelle sue strutture sintattiche. Ciononostante la prosa piemontese della fine del XIX secolo ci propone esempi molto significativi, in special modo nel campo dell’analisi sociale e di costume e della narrazione storica. Oltre agli autori già citati in precedenza (Luigi Pietracqua, Mario Leoni, Arrigo Frusta, Alfonso Ferrero …) possiamo ancora ricordare:
- Ciro Bolaro (pseudonimo di Carlo Borio; 1882-1920): autore del romanzo Ël ciavatin dle Tor.
- Capitan Mania Rèida (pseudonimo, si pensa, ma non è del tutto certo, di Giuseppe Doria): autore di un romanzo umoristico di avventure intitolato Le straordinarie aventure ’d Martin Cassul an Àfrica.
- Carlo Bernardino Ferrero (morto nel 1917): fratello di Alfonso, autore di diversi romanzi sociali (come li definisce lui stesso), cioè Ij mòrt ëd fam, La cracia, La bassa Russia e altri.
Il XX Secolo
Nino Costa
Nato a Torino nel 1886 morì, sempre a Torino, nel 1945. Dopo l’esordio con composizioni in italiano e in francese, Costa pubblica le prime poesie piemontesi sul “Birichin” (oltre duecento prima dell’uscita di Mamina), dal quale presto si allontana, poiché il suo ideale era quello di elevare la poesia piemontese ad un livello molto differente rispetto alla produzione leggera e provinciale di buona parte degli autori della generazione “birichinòira”. Così, nel 1922 esce il suo primo volume di poesie (Mamina, che raccoglie i sonetti già usciti sul “Birichin” ed altri scritti per l’occasione), un’opera che racconta in poesia la storia molto fuori dal comune (per i tempi) di una ragazza madre. Dopo questo primo lavoro ci saranno Sal e pèiver (1924, in cui viene anche ripresa la tradizione, tutta piemontese, della favola morale), Brassabòsch (1928), Fruta madura (1931), Ròba nòstra (1938), Tempesta (1945; uscito postumo ma curato dall’autore), opera colma di angoscia per la guerra e, soprattutto, per la morte del figlio partigiano, Mario. Nel 1977 è ancora uscito Tornand, che raccoglie diversi inediti e poesie mai uscite in volume per un totale di quasi 300 componimenti. Nino Costa scrisse anche per il teatro (Tèra monfrin-a, Testa ’d fer e altre commedie) ed ha collaborato a vari testi scolastici.
La “Companìa dij Brandé” e Pinin Pacòt
Pinin Pacòt nasce come Giuseppe Pacotto nel 1899 a Torino, ma originario di Castello di Annone (nei pressi di Asti). Inizia l’attività poetica, in italiano, nei mesi della sua prigionia durante la prima guerra mondiale, ma a partire dagli anni Venti si rivolge decisamente alla poesia in piemontese, pubblicando il volume Arsivòli (1926). Dopo l’esperienza della prima serie de “Ij Brandé-Arvista Piemontèisa”, fondata nel 1927 con Oreste Gallina e Alfredo Formica (Vigin Fiochèt) e durata per soli cinque numeri, Pacòt pubblica ancora Crosiere (1935) e Speransa (1946), mentre avvia la seconda serie de “Ij Brandé-giornal ëd Poesìa Piemontèisa” (1946-1957), pubblicazione che fu il mezzo per diffondere le idee di Pacòt e di quella che sarà la Companìa dij Brandé, impegnata nella battaglia per la valorizzazione della lingua e della letteratura piemontese Sugli ideali di Pacòt e dei Brandé si è innestato tutto il lavoro per il piemontese e la sua letteratura nella seconda metà del Novecento. Dopo la fondazione de “Ij Brandé” Pacòt pubblicò ancora Gioventù, pòvra amìa (1951), le Poesìe (1954) e Sèira (1964), mentre tutta la sua produzione poetica, con l’aggiunta di pagine di prosa, è stata poi pubblicata in Poesìe e pàgine ’d pròsa (1967). È morto nel 1964.
Sulle pagine de “Ij Brandé” Pacòt ha pubblicato le sue poesie e i suoi interventi in prosa, tanto di argomento letterario (studi e ricerche) come di argomento polemico (le battaglie per la tutela e la nobilitazione della nostra lingua e della nostra letteratura), mentre gli altri componenti della “bela Companìa” vi hanno potuto esprimere il loro valore poetico ed i loro ideali di politica linguistica. Fra i collaboratori, in undici anni del giornale, troviamo i nomi di : Arrigo Frusta, Mario Albano, Carlo Baretti, Oreste Gallina, Giulio Segre, Renzo Brero, Armando Mottura, Alfredo Nicola, Nino Autelli, Aldo Daverio, Renato Bertolotto, Attilio Spaldo, Giovanni Bono, Camillo Brero, Luigi Olivero e di molti altri.
La letteratura della seconda metà del Novecento
Bisogna dire che gli scrittori che sono arrivati ad avere un nome nella seconda metà del Novecento sono da ricercarsi nelle fila dei Brandé, sia quelli che hanno conosciuto Pacòt, collaborando con lui al giornale, sia quelli che, anche senza averlo conosciuto, si sono ispirati ai suoi ideali ed alle sue opere per portare avanti la bandiera (e il fardello…) della lingua e della cultura piemontese.
Non è neanche il caso di dire che anche solo fare una lista degli scrittori di oggi (a volte viventi) degni di essere ricordati non è facile; comunque, pur senza voler dare giudizi o fare classifiche, ci limiteremo a segnalare i nomi e le opere che ci paiono indispensabili ad un quadro preciso della situazione letteraria piemontese di oggi. Senza dimenticare inoltre che ci sono molti altri scrittori che, anche senza avere scritto capolavori, hanno un posto di riguardo nella repubblica delle lettere piemontesi.
- Nino Autelli (1903-1945): nonostante il fatto che, dal punto di vista cronologico, lo si dovrebbe collocare nella prima metà del Novecento, lo ricordiamo qui perché la sua opera in prosa (Pan ëd coa del 1931 e Masnà del 1937), studiata ed apprezzata soprattutto ai nostri giorni, è sicuramente uno degli esempi più alti di prosa piemontese anche per gli autori contemporanei.
- Armando Mottura (1905-1976): autore teatrale (ha scritto commedie molto famose come E la roa a l’é ancantasse, del 1948, e A peul sempre desse, del 1955) e poeta, le cui raccolte più celebri sono Reuse rosse (1947), La patria pcita (1955), E adess pòvr òm (1969) e Vita, stòria bela (1973).
- Alfredo “Alfredino” Nicola (1902-1995): dopo la chiusura de “Ij Brandé” ha fondato e diretto fino al 1994 il “Musicalbrandé-Arvista piemontèisa”, portavoce della Companìa dij Brandé; oltre che poeta (ha pubblicato diversi libri fra i quali si elevano ad altissimo livello Spers del 1968 e Samada del 1982), è stato valido musicista e musicologo, ricercatore di canzoni popolari piemontesi, da lui pubblicate nella Colan-a musical dij Brandé.
- Luigi Olivero (1909-1996): nato a Villastellone, ha trascorso quasi tutta la vita in giro per il mondo, dove lo portava la sua professione di giornalista e dove conobbe un gran numero di intellettuali e di scrittori di livello altissimo (García Lorca, Jean Cocteau, Ezra Pound e altri), e poi a Roma, dove è morto nel 1996 e dove ha fondato una rivista, “Ël Tòr - Arvista lìbera dij Piemontèis”, uscita purtroppo solo dal ‘45 al ‘47 più un numero nel ‘48. Prosatore e poeta, è con Pacòt il più grande scrittore piemontese del Novecento successivo a Nino Costa. Nella sua poesia troviamo uno spirito universale che, nonostante affondi le radici nella nostra tradizione, è capace di affiancarsi ai maggiori esempi mondiali di poesia del Novecento. Le sue opere più famose sono Poema dl’élica (1939), Roma andalusa (1945), Ij faunèt (1955), Reverìe (1953-1959), Rondò dle Masche (1971), tre volumi di prose liriche e polemiche (Ël sangh dël Tòr, Cartabel e Càuss al vent; 1924-1970) e, ultimo, Romanzìe (1983).
- Umberto Luigi Ronco (1913-1997): nato a Pamparato (Cuneo), è morto a Roma, dove si era trasferito per rimanere accanto al suo maestro F.T.Marinetti. Pittore, giornalista e scrittore in piemontese e italiano, è esponente dell’esperienza futurista. Abbiamo di lui un volume di poesie, Novèmber viòla-giàun (1962).
- Dumini Badalin (1917-1980): esempio della parlata originale di Callianetto (Asti), la sua opera si caratterizza come poesia “contadina”, dove dominano immagini e figure che richiamano la tradizione monferrina. La sua opera più famosa è Listeurji dij varèj (1978).
- Tavio Cosio (1923-1989): nato a Villafalletto (Cuneo), si trasferì per lavoro a Melle, in Val Varaita, imparando anche il patois provenzale di questo paese. In questo modo la sua opera ha percorso le due strade linguistiche, privilegiando comunque il piemontese ed esprimendosi in molte poesie, ma soprattutto in lavori di prosa che possiamo leggere sparsi su giornali e riviste, ma anche nei volumi Pere, gramon e lionsa (1975) e Sota ël chinché (1980).
- Giuseppe Rosso (Bep Ross; 1935-1995): nato a Borgo San Dalmazzo, allievo di barba Tòni, si è mosso anch’egli sulle due strade (provenzale e piemontese), lasciandoci una grande produzione di prose e di poesie, nelle due lingue, che testimoniano il suo valore letterario e linguistico, ma anche la sua profonda conoscenza delle tradizioni popolari e degli usi delle sue valli. Oltre a diverse opere sparse su giornali e riviste ci resta il suo libro Bàuss (1989).
- Antonio Bodrero (barba Tòni Bodrìe; 1921-1999): nato a Frassino (in val Varaita), la sua prima lingua poetica è stata il provenzale della sua valle (Fraisse e méel, 1965; Solestrelh òucitan; 1971), per poi passare al piemontese comune, anche se con sfumature locali (Val d’Inghildon; 1974; Sust; 1985). Uomo di straordinaria cultura, la sua poesia si è mossa sempre più sulla strada religiosa, quasi francescana nel suo interesse e amore per gli animali che, simbolo di una vita semplice e naturale minacciata di morte dalla civiltà di oggi, diventano metafora delle lingue dei piccoli popoli.
- Camillo Brero (1926): è a buon diritto l’erede più famoso di Pinin Pacòt, oltre che il suo più caro allievo; la sua poesia è sempre stata permeata di un senso religioso (andato aumentando negli ultimi anni) in cui si incontrano la religiosità tradizionale dei Vecchi e quella che nasce dall’amore per la lingua e la poesia, l’amore per la terra e la nostalgia dell’infanzia. Le sue opere poetiche più famose sono Spluve (1949), Bin a la tèra (1977), Breviari dl’ànima (19954), An brass al sol (1996) e le prose di La bela stagion - Amor polid (1987).
Brero è anche l’autore della Gramàtica piemontèisa (1967), del dizionario italiano-piemontese (1976) e piemontese-italiano (1982) e della Storia della letteratura piemontese (1981-1983).
- Giovanni Morello (1928): nelle sue poesie, che spesso nascono da immagini marine e dalla sua esperienza di pescatore, ha saputo impiegare una lingua non solo sofisticata ma anche creativa nel regalare alla nostra letteratura uno specifico vocabolario del mare e della pesca; la sua produzione è più che altro sparsa su giornali e riviste, ma ha anche pubblicato il volume di poesie La tèra ancantà (1991).
- Enrico Gullino: nato a Saluzzo, poeta e prosatore di valore, ha anche pubblicato due libretti di traduzioni dal latino (Catullo) e dal greco classico (i lirici dell’età arcaica).
- Gustavo Buratti (Tavo Burat; 1932): brandé biellese (nonostante sia nato vicino a Bergamo), è allievo di Pacòt sia dal punto di vista poetico che da quello polemico e militante, dal momento che Burat è da tutta la vita che lotta per il riconoscimento di tutte le lingue “minori”, minacciate e tagliate (e non solo il piemontese). È’ uno dei migliori prosatori piemontesi (le sue prose sono sparse su giornali e riviste), ma anche grande conoscitore della civiltà pastorale e rurale e delle tradizioni popolari. La sua opera poetica più interessante è Finagi (1979).
- Bianca Dorato: scrittrice torinese molto celebre anche fuori del Piemonte; la sua opera, che si caratterizza anche per la creatività linguistica, si spiega tanto in poesia (Tzantelèina, 1984; Drere ’d lus, 1990; Fiòca e òr, 1998; Mèira Peròt, 2007) che nel teatro (Ël serv, 1997; La ca e Il marchio, 2006) e nella prosa.
- Anita Giraudi: poetessa torinese ma residente a Toronto che, dopo aver pubblicato molti piccoli capolavori su riviste degli anni ‘70/’80, è purtroppo scomparsa dalla scena letteraria piemontese.