Il bilinguismo regionale per aiutare i nostri figli

A lungo si è insistito nel parlare solo italiano con i bambini, credendo che la convivenza di italiano e di altri sistemi linguistici autòctoni (erroneamente chiamati “dialetti”) fosse uno svantaggio. La ricerche più moderne, al contrario, hanno dimostrato che il bilinguismo porta vantaggi enormi, non solo nello sviluppo delle capacità comunicative ma anche dal punto di vista della salute.
 
Abbiamo incontrato Marco Tamburelli, docente di bilinguismo al Dipartimento di Linguistica dell’Università di Bangor (Galles) dove si occupa di ricerche sullo sviluppo del linguaggio in età infantile nel contesto del bilinguismo simultaneo.
 
MR: Il nostro Paese è passato da una situazione che possiamo definire “di stabilità” al bilinguismo verticale. Prima degli anni ’50 del secolo scorso, la lingua italiana e quelle locali convivevano con funzioni e in contesti distinti mentre oggi la prima ha invaso lo spazio delle seconde. Come è applicabile, quindi, il bilinguismo regionale alla situazione italiana e restituire alle parlate locali lo spazio e il prestigio eroso.
 
MT: L’operazione principale è quella di dare alle lingue locali l’opportunità di far fronte ai tempi moderni, reinserendole a tutti i livelli della società civile, compreso i media, l’istruzione, e l’amministrazione, come sta già avvenendo in Friuli e in Sardegna. Solo così si potrà incrementare il loro spazio comunicativo e restituire loro il prestigio necessario per renderle proficue nella società moderna.
 
MR: Ci sono modelli di riferimento? Quali sono, a suo avviso, lo Stato o le realtà più avanzati?
 
MT: Come ho detto sopra, i modelli in Italia sono quelli di Friuli e Sardegna, ma anche la Valle D’Aosta. Queste zone sono però ancora in situazioni di protezione minima, dove la lingua regionale è considerata ancora inferiore a livello istituzionale. Per esempio, qualche mese fa il Giudice delle indagini preliminari Annie Cecile Pinello si rifiutò di svolgere l’interrogatorio di garanzia in sardo, come richiesto da Salvatore Meloni, recentemente arrestato con l’accusa di reati fiscali. Questo dimostra che l’ottenimento dei diritti linguistici base è ancora lontano, anche per i parlanti di quelle poche lingue regionali a cui lo Stato italiano professa di offrire una presunta forma di tutela.
In Europa le realtà più avanzate sono indubbiamente la Spagna (soprattutto Catalogna e Galizia) e il Regno Unito, particolarmente il Galles. Ci sono però segnali interessanti anche dalla Frisia.
 
MR: Da un punto di vista più tecnico, come dovrebbe avvenire la standardizzazione delle lingue regionali.

MT: Storicamente ci sono due strade. la prima, che è quella usata per le lingue di molti stati europei, ma che a mio avviso andrebbe evitata nel caso delle lingue regionali e – piu’ generalmente – in una standardizzazione al passo con i tempi moderni, è quella di sciegliere la variante della zona o città principale e decidere che quella sia la variante standard. Nel caso della lingua italiana è stato il fiorentino degli aristocratici, della Francia il parigino di corte, dell’olandese è stato quello di Amsterdam e Rotterdam, e così via. SI decide poi di scrivere quella variante piu’ o meno foneticamente, e la si eleva a standard della lingua in questione.
La seconda strada, e quella che a mio avviso e’ molto piu’ pertinente nel caso delle lingue regionali a normazione recente, è lo sviluppo di un’ortografia “polinomica”, ovvero un sistema ortografico che possa rappresentare tutte le varianti regionali effettivamente parlate sul territorio. Questo accade gia’ per l’occitano e – anche se in modo minore – per il gallese, e sto personalmente lavorando su un progetto simile per la Lombardia. La praticabilità di un sistema polinomico sta nel fatto che si possa scrivere tutti allo stesso modo ma pensando nella propria variante quando si scrive e quando si legge. Un’esempio dal gallese. Il verbo “andare” si dice [münd] nei dialetti del nord ma [mind] nei dialetti del sud. La soluzione polinomica è quella di usare la vocale “y” in questi contesti, dove tutti scrivono “mynd”, mantenendo però la pronuncia locale nella lettura e, ovviamente, nel parlato. La vocale “y” ha quindi un valore polinomico, che dipende dalla variante usata da chi legge o scrive. Questo permette l’unione ortografica delle diverse varianti locali senza però svantaggiarne alcuna. E’ a mio avviso la soluzione perfetta.

Massimo Ripani su Disvastigo

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