Gioventura Piemontèisa critica il conferimento del sigillo della Regione Piemonte ai Carabinieri

Dovrebbero chiedere scusa pubblicamente e ufficialmente per i morti torinesi del 21 e del 22 settembre 1864 

Milo Julini | Civico20News, 19 Settembre 2014  

Le celebrazioni del bicentenario dei carabinieri a Torino, sostenute dalla Regione Piemonte, hanno causato aspre critiche da parte dell’associazione piemontesista Gioventura Piemontèisa.
 
Volete chiarire ai torinesi il motivi delle vostre critiche?
Chi ha promosso questi “festeggiamenti” ha finto di dimenticare che proprio i carabinieri si resero responsabili, esattamente 150 anni fa, di un eccidio di piazza ai danni dei Piemontesi che protestavano pacificamente per il trasferimento della capitale. I fatti si svolsero il 21 e del 22 settembre 1864. 
 
Da cosa nascono i fatti del 21 e del 22 settembre 1864?
La nascita improvvisata dello Stato unitario italiano aveva portato con sé allo sviluppo di una classe politica irresponsabile e corrotta. Un peccato originale destinato a svilupparsi col tempo e a giungere fino ai nostri giorni. All’epoca il sottosegretario agli interni era il napoletano Silvio Spaventa, colui che traghettò la camorra nelle stanze del potere e che, sostenendo le camarille tosco-emiliane (ricordiamo il ministro degli interni Ubaldino Peruzzi, allora definito “bandiera dell’antipiemontesismo”) guidò insieme a queste la cosiddetta “lotta al piemontesismo”, vale a dire il tentativo – riuscito – di togliere potere al Piemonte. Il rigorismo subalpino, infatti, mai si sarebbe accordato con l’intrallazzatrice politica italiana. 
 
Ma l’unità d’Italia non è partita proprio da Torino?
La realtà è che lo Stato di Savoia è stato la prima vittima dell’avventura italiana. Essendo l’unico provvisto delle fondamentali capacità militari, diplomatiche e organizzative, era il solo in grado di venire utilizzato per portare avanti il progetto di rivoluzione italiana (il cosiddetto “risorgimento”) guidato dai banchieri Rothschild e dalla massoneria.
I primi a pagare per questo disastro furono proprio i Piemontesi, che divennero stranieri in casa propria. Senza più proprie istituzioni e assoggettati a un potere straniero e ostile, in milioni furono costretti a emigrare. Quando non vennero mandati a morire inutilmente sul Carso – sempre per completare il fantomatico “risorgimento”.
Non dimentichiamo, poi, che le elezioni del 1857 videro Cavour e la sua maggioranza soccombere e che, proprio per questo, vennero invalidate. Un vero e proprio golpe, senza il quale il processo di aggressione agli stati italiani non avrebbe potuto realizzarsi. 
 
Cosa successe il 21 e 22 settembre 1864?
Torino divenne la malsopportata capitale italiana dal 1861. Da allora non si smise di pensare a “scoronarla”, come si diceva, per trasferire la capitale in una città italiana. L’occasione venne fornita da quel trattato che oggi si ricorda col nome di “Convenzione di Settembre” firmata con Napoleone III: una sua clausola segreta, suggerita dall’emiliano Gioacchino Napoleone Pepoli, parente dell’imperatore, prevedeva proprio lo spostamento della capitale da Torino. Il già citato ministro Peruzzi fece addirittura promuovere ai prefetti manifestazioni antipiemontesi in tutta Italia. La città, ovviamente reagì. 
 
Questo è l’antefatto, indispensabile per comprendere la situazione di Torino. Ma quale è stato il ruolo dei carabinieri?
Le proteste furono delle civili e pacifiche manifestazioni, a cui parteciparono famiglie intere, con donne e bambini. Non avvenne alcuna rivolta, come la propaganda cercò poi di farle passare per giustificare i fatti. In realtà il governo italiano si rese colpevole di un gran numero di provocazioni per esasperare gli animi e cercare lo scontro. Un’opera di infiltrazione e di sovversione di marca governativa per iniziare la repressione e indirizzare l’opinione pubblica, affinché questa si facesse di Torino l’idea di una città immatura e impreparata a svolgere il ruolo di capitale.
Allo scopo si vietarono le riunioni del Consiglio Comunale, si esclusero tutti i generali piemontesi dal consiglio di difesa, venne vietata la convocazione della Guardia Nazionale (formata da torinesi) e si fecero affluire in città soldati che, provenienti da tutt’Italia, non comprendevano la lingua dei manifestanti. I funzionari di polizia torinesi vennero esautorati e sostituiti con milanesi e palermitani. Si riempì la città di provocatori e si fecero pubblicare sui giornali articoli che incitavano alla violenza. I questurini assalirono, bastonarono e arrestarono i pacifici manifestanti, giungendo a inseguire e a malmenare anche i passanti che si trovavano casualmente sulla loro strada. Si può ben dire che la “strategia della tensione” degli anni Settanta sia nata in quel momento e che sia consustanziale all’Italia, non un fatto contingente o accidentale.
Il governo italiano invase militarmente Torino senza alcuna ragione apparente, in quanto non v’era mai stato pericolo di incidenti. Le strade furono messe in assetto di guerra con ampio spiegamento di soldati, poliziotti e carabinieri.
La sera del 21 settembre in piazza Castello i carabinieri aprirono improvvisamente il fuoco su 300 persone in corteo, mirando deliberatamente anche ai monelli che fuggivano e ai passanti sotto i portici, uccidendo dodici persone e ferendone un centinaio.
La sera successiva la scena si ripeté in Piazza San Carlo: i carabinieri spararono all’impazzata sulla folla per cinque minuti di seguito, giungendo a colpire anche alcuni soldati che reagirono al fuoco. La carneficina proseguì con inseguimenti per le strade. Morirono in quaranta fra uomini, donne incinte e ragazzi di tutto il Piemonte; oltre cento i feriti. In quelle ore si parlò inoltre apertamente di un possibile “bombardamento di Torino”.
 
Cosa vuole Gioventura Piemontèisa in conclusione?
Il minimo che i carabinieri possano fare è quello di chiedere scusa pubblicamente e ufficialmente. Altro che ricevere premi!
Se, poi, si vuol passare a proposte concrete: lo scioglimento dell’Arma in Piemonte e la creazione di una polizia piemontese. Proprio come in Baviera, nei Grigioni o in Scozia.

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