Ci stanno cancellando mentre noi facciamo ballare la marmotta

Apartheid in Piemonte – II puntata.

E poi ci chiediamo perché dopo tanti anni trascorsi a elemosinare uno straccio di riconoscimento allo stato italiano per la nostra lingua (battaglia cominciata, almeno, nel 1972 con la prima proposta di legge regionale Calsolaro) siamo ancora al punto di partenza? Due generazioni passate, un crollo verticale dei parlanti (che era poi l’obiettivo della tattica “temporeggiatrice” degli italiani), centinaia di azioni, proposte, proteste e manifestazioni: quasi nessun risultato, un girare a vuoto per tornare al punto di partenza.

Perché, se dobbiamo guardare ai fatti, la situazione non ha fatto che peggiorare e, se è vero che in qualche modo molti stereotipi contro noi Piemontesi sono stati alfine superati e la coscienza identitaria continua a crescere, è innegabile che il numero dei parlanti, soprattutto a Torino, è diminuito moltissimo e che, mentre in altre parti d’Europa non si è perso tempo e si sono adottate politiche di tutela e promozione efficaci e consistenti per le minoranze nazionali, qui da noi ci è stato ammansito il solito bombon da ciucé, tanto per tenerci buoni e lasciarci morire di consunzione.

La lingua continuava a non essere formalmente proibita, ma venivamo messe in atto tutte le azioni possibili per ridicolizzare chi la parlava e per sminuirne l’importanza, di modo che i Piemontesi la abbandonassero “naturalmente” – una sorta di rigetto indotto che dovrebbe portarci, nell’animo degli italiani, al suicidio identitario collettivo (un piccolo esempio lo danno alcune pagine facebook di infimo livello e di pura speculazione – cosa che non hanno assolutamente bretoni, tirolesi, friulani e alsaziani – e dimostrazione di come alcuni piemontesi si siano incamminati volontariamente sulla via dell’autoannientamento cominciando col ridersi addosso).

Così, mentre il mondo cambiava a ritmo accelerato, noi eravamo sempre più sospinti nel ruolo marginale del nord-ovest italiano, conseguenza inevitabile della perdita di identità, a cui ha fatto seguito lo svilupparsi sempre più sensibile di una sindrome di Stoccolma verso l’italia che, a sua volta, ha portato il Piemonte a impoverirsi sempre più e ad essere sempre meno importante e sempre più ininfluente.

Tutto ciò non è casuale, ma frutto di un piano accuratamente studiato e attuato con cura, che risale almeno al 1861, che è proseguito con la pulizia etnica della Grande Guerra (quando i nostri paesi vennero spopolati apposta per la “quarta guerra d’indipendenza”). Un piano che ha trovato piena e palese attuazione col fascismo e che è continuato in maniera ancora più massiccia e subdola in quel fascismo senza Mussolini che è, a tutti gli effetti, la Repubblica Italiana.

Bisognava a tutti i costi “fare gli italiani”, imporre con la forza una nuova identità per sostituire quella “vecchia”, un po’ come facevano nei Paesi comunisti per creare l’Uomo Socialista, e quindi ogni occasione era buona per eliminare la presenza visibile dei Piemontesi o per assimilarli al modello italiano: dalla distruzione della Cittadella di Torino, simbolo della nostra indipendenza e del nostro passato militare, all’imposizione scolastica della lingua italiana, all’eliminazione fisica (Grande Guerra, massiccia emigrazione forzata a cavallo tra Otto e Novecento), all’accorpamento dei nostri Comuni, alla nostra ridicolizzazione, folklorizzazione e marginalizzazione – per non parlare di tutte le iniziative e le imprese sottratte a Torino e dirottate altrove. Passando, obbligatoriamente, per l’estinzione forzata della nostra lingua.

I Piemontesi, brava gente, non si sono avveduti che la politica italiana in questo senso è sempre stata assolutamente coerente, al di là delle maggioranze politiche o dei governi, e che non è mai cambiata.

Stiamo esagerando? Giudichino i lettori. Per limitarci agli ultimi quindici anni basta registrare che nel 1999 lo Stato italiano ha approvato la legge di tutela delle minoranze linguistiche n. 482/99, nella quale si è ben guardato di riconoscere il Piemontese – anzi, dichiarandone palesemente la discriminazione; che nel 2005, grazie al consigliere leghista Dutto, il piemontese è stato estromesso dal nuovo Statuto regionale; che nel 2009 il governo italiano ha fatto in modo di abolire quella leggina inoffensiva (eppure, evidentemente, fastidiosa) che era la legge regionale 26/90; che negli ultimi quattro anni la lingua piemontese ha perso ogni tipo di sostegno e di finanziamento. Questo per limitarci alla lingua. È un caso? Sarà.

Ma «ci sono “cose più importanti”», diranno i soliti superficiali. Per intanto i camerati di Fratelli d’italia/Alleanza Nazionale ci forniscono indirettamente la risposta. Leggiamo infatti sulla Gazzetta Tricolore del gennaio 2015 che si è «persa un’occasione» nel non inserire l’italiano nella costituzione. Infatti «è da più di un decennio che si dibatte sulla necessità di inserire la lingua italiana in Costituzione. […] La tutela della lingua italiana, madre della nostra identità di popolo e di nazione, non avrà rango costituzionale in quanto l’emendamento è stato giudicato inammissibile». Verrebbe da dire: che peccato! Sembra di essere tornati ai tempi di quando si potevano ammirare i cartelli “è vietato sputare per terra e parlare in dialetto”: anche allora la lingua italiana era percepita da qualcuno come “madre della nostra identità di popolo e di nazione” e chi non era d’accordo poteva anche emigrare o prendersi qualche manganellata.

È un caso, poi, che un partito che si diceva indipendentista, quando ha avuto il ministro degli interni il suo primo atto sia stato quello di aumentare il potere delle prefetture e che ci abbia addirittura impostol’attuazione di un regio decreto del 1938 per cambiare il nome di Leynì in “Leini“? È un caso che, grazie a falsi amici come questi, si siano persi anni preziosi per far crescere la coscienza identitaria del Piemonte, o è invece un preciso progetto?

Chi si ricorda del manifesto del “Nord che difende Malpensa”? Bene. È notizia di oggi che per lo Stato italiano i voli internazionali e intercontinentali dovrebbero andare tutti su Malpensa, mentre a Caselle resterebbero quelli per l’italia: obiettivo raggiunto. In queste settimane i partiti italiani (o, meglio, il partito-italia, visto che dopo la farsa elettorale sono tutti ammucchiati e intruppati assieme) stanno per modificare la costituzione per eliminare de facto le Regioni e con esse quell’ente minimale che è la regione Piemonte (che in qualche modo – anche se molto alla lontana – poteva rappresentare i Piemontesi). È un caso?

È un caso anche il fatto che la la stessa operazione stia andando in porto in Francia, con l’abolizione di realtà storiche come la Savoia e l’Alsazia e la loro sostituzione con delle entità campate in aria e dal nome inventato? O tutto questo fa parte di un disegno più ampio?

È un caso che sia venuta alla luce una velina del Comune di Torino per “raccomandare” che nelle pubblicazioni ufficiali andasse rigorosamente bandito il nome Turin (identico in tutte le lingue) per essere sostituito dall’unica forma “Torino”? Sono tutte combinazioni? Noi siamo convinti del contrario.

I Piemontesi stanno subendo anche oggi una “pulizia etnica” che mira a toglierli di mezzo (emigrazione giovanile) o a “riconvertirli” in italiani che si sbracciano per il nuovo presidente della repubblica o per questo o quel politico in tv.
È acclarato che l’identità piemontese e quella italiana siano totalmente incompatibili, e che la seconda sia più un’ideologia che una vera identità. È un fatto che l’ “italianità” sia imposta dall’alto ai Piemontesi con sventolìo di tricolori, dichiarazioni roboanti sui media, indottrinamento scolastico, perdurante nascondimento della loro storia e martellante ridicolizzazione e marginalizzazione della loro identità.

Il primo passo è sempre il più importante: prendere coscienza che la nostra gente un’identità nazionale ce l’ha già, non ha bisogno di inventarsene un’altra da attaccarsi addosso con lo sputo – oltretutto ridicola agli occhi di tutto il mondo. Soltanto questa presa di coscienza potrà arrestare l’estinzione dei Piemontesi e la loro dissoluzione nel calderone di una sterile identità fittizia imposta con la forza soltanto per mantenere il baraccone di uno stato-mafia, greppia dalla quale mangiano di padre in figlio, in cugino, in fratello, in amante generazioni di “caste” di immodificabili “italiani”.

7.2.2015

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