Attacco italiano contro la storia piemontese. Vogliono nuovamente liquidare i nostri Comuni

Ecco dove sono i piccoli Comuni da sopprimere: gran parte in Piemonte.

Come volevasi dimostrare. Dopo l’abolizione del voto per le Province, l’abolizione del voto per il Senato, il progetto di modifica del Titolo V della costituzione (con la castrazione delle Regioni) ecco ritornare l’eterna pruderie della politica italica: l’abolizione dei Comuni.

Vero e proprio chiodo fisso dei vari governi tricolori al di là dei partiti e delle maggioranze parlamentari, la cancellazione degli enti che più sono vicini ai cittadini rappresenta una costante dello stato italiano fin da quando è nato, il quale, non potendo procedere sic et simpliciter a una loro eliminazione totale non ha fatto che proseguire nella politica di fusione e di soppressione delle nostre comunità storiche a piccoli passi. Sempre, ovviamente, con qualche nobile scusa, foglia di fico per mascherare l’operazione accentratrice, antiidentitaria e antidemocratica.

Ovviamente è il Piemonte ad essere di gran lunga più colpito da un’operazione di questo genere, concentrandosi qui la gran parte dei piccoli municipi ed essendo il bersaglio politico di un’azione assimilatrice volta a smorzare le identità locali.

Quanti di questi furono accorpati dal fascismo – per non venire poi ricostituiti mai più – e quante comunità letteralmente morirono? Ora come allora l’italia ci riprova.

Non che si vada a colpire gli sprechi, no! L’obiettivo è un altro. Tanto per dire, in questi giorni la regione siciliana ha di nuovo assunto 26000 (ventiseimila! – più che in Canada) guardie forestali, con un costo di un miliardo l’anno; in Piemonte sono 406. E dire che di spazio per interventi ce ne sarebbe eccome. Ma è meglio colpire le nostre comunità. Tanto siamo una colonia.

Ecco allora il commissario alla spending review (sic!) Carlo Cottarelli affermare nel consiglio dei ministri che «ottomila comuni sono troppi, bisognerebbe ridurli», individuando «meccanismi di incentivi alla fusione», tramite l’individuazione di «un meccanismo premiale per i comuni che si mettono assieme». Comodo! E comodo anche perché dopo decenni che i nostri sindaci vengono selezionati e allevati nei vivai dei partiti italiani come polli in batteria, sa benissimo che nessuno banferà e che se ne staranno tutti zitti per non perder la cadrega e non vedersi tarpata la carriera politica, con il sogno proibito (chissà, un domani…) di giungere a guadagnarsi un posto in parlamento. È per questo che sono dei segnaposto inutili. Altro che casta e “politici tutti ladri”. Peggio! Sono tutti ascari e prostituiti (per quattro soldi) al potere italiano.

D’altronde, non c’è niente da fare: questa specie di fascismo senza Mussolini che è la repubblica italiana, nata marcia e ormai completamente degenerata, non concede alcuno spazio di libertà, di identità e di autogoverno. Qualsiasi tentativo per conservare almeno un minimo di indipendenza e di libertà che non vada alla radice del problema (che è l’esistenza dello stato italiano e dell’idea di italia in quanto tale), come la ormai patetica richiesta di “autonomia” o “federalismo”, è una battaglia di retroguardia già persa in partenza, buona soltanto a far perder tempo.

L’unica strada, obbligata, anche in vista del crash pei prossimi mesi/anni che investirà l’italia e il suo strafallito stato, è quella di cominciare a riprendere in mano il nostro destino di Piemontesi, assumendo la consapevolezza della nostra identità e del nostro orgoglio e mirando a selezionare una classe dirigente autoctona per giungere allo svolgimento di un referendum come in Scozia col fine di giungere a ricostruire uno Stato piemontese libero e sovrano.
Non c’è altra prospettiva.

15.10.2014

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