Piemont

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Ël Palass Real ëd Turin

Piemont/Piemonte
Lenga/Lingua: Piemontèis/Piemontese
Stat/Stato: Italia/Italia
Statut/Statuto: Minoransa-Region d’Ëstat/Minoranza-Regione di Stato
Surfassa/Superficie: 25.399 Kmq
Popolassion/Popolazione: 4.368.332 (1997) – 172 ab./kmq


Il Piemonte è incorniciato dai monti più alti d’Europa che, però, non hanno mai costituito una barriera ma, grazie ai numerosi colli facilmente valicabili, hanno fatto di questo Paese un crocevia di popoli, di mercanti, di eserciti e quindi di tradizioni diverse.

Anche il paesaggio si presenta molto variegato: in una sola giornata si può passare dai silenzi dei grandi boschi al chiassoso formicolio delle grandi città, dalla rustica semplicità di un villaggio di baite all’eleganza dei palazzi barocchi o liberty, dalla solitudine delle scalate alpine all’animazione notturna di note località di villeggiatura, dal freddo dei ghiacciai al clima mite dei laghi…

Il Piemonte è una delle nazioni con il maggior numero di castelli – che evocano un eterno susseguirsi di battaglie – e di luoghi sacri, dalla presenza del mistero della Sindone alla Sagra di San Michele alle numerose abbazie – dove si percepiscono, nel silenzio dei chiostri, la Pace e la Fede.

“Bogianen” (non muoverti) è il nomignolo dispregiativo con cui gli estranei definiscono i Piemontesi, riferendosi alla loro proverbiale riservatezza e prudenza, senza sapere che è un complimento, perché si riferisce alla battaglia dell’Assietta – dove i soldati piemontesi hanno vinto l’esercito francese proprio perché non si sono mossi ed hanno resistito eroicamente – e senza ricordare o sapere che a Torino sono nati il cioccolato, il cinema, la radio, il primo ski-club, la moda, il design…

Forse sta proprio qui, nel fascino della varietà e delle apparenti contraddizioni, l’aspetto più interessante del Piemonte, che è anche il paese – forse unico in Europa – in cui si parlano sei lingue: il piemontese, l’occitano/provenzale, il francoprovenzale, il tittschu (la lingua dei walser), il francese e l’italiano.

Tutti i linguisti seri e famosi riconoscono che  il piemontese è una lingua, totalmente indipendente dall’italiano e dai suoi dialetti, perché si è formato dal latino per linea diretta. Appartiene al gruppo delle lingue neolatine occidentali (con il francese, il provenzale o occitano, il ladino, il friulano, il catalano, il castigliano, il portoghese), mentre l’italiano con il romeno e la lingua dalmatica appartengono a quelle orientali. Il piemontese presenta caratteri linguistici marcatamente diversi dall’italiano – preso come metro, essendo la lingua ufficiale – ed ha lampanti affinità con francese e provenzale. La lingua piemontese, inoltre, possiede una koiné – lingua comune sovradialettale (che non è il torinese) – e vari dialetti locali (con delle differenze che riguardano soprattutto la pronuncia ma che non hanno mai ostacolato la comprensione tra le varie zone) che nessuno vuole cancellare, ma salvaguardare – fatto salvo l’uso della grafia comune – riconoscere e apprezzare, come l’intero patrimonio linguistico dell’italiano e di tutto il mondo. Il piemontese, dunque, non si scrive “come capita”, ma possiede una grafia ben codificata che serve non solo per la koiné, ma anche per le varianti locali.

Il Piemonte, inoltre, possiede una  letteratura plurisecolare completa, non solo popolare, non solo poetica, ma che ha toccato tutti i generi, dalla lirica alla commedia, alla tragedia, al romanzo, alla saggistica. Il primo documento letterario, i Sermon Subalpin, risale alla fine del XII secolo (come la Chanson de Roland, la poesia dei troubadours, il Cantar de mio Cid), un secolo prima della nascita della letteratura italiana (poesia siciliana, San Francesco e Cielo D’Alcamo).
Fino al sec. XVII la letteratura piemontese, pur molto abbondante (a parte il Cinquecento, quando il Piemonte fu devastato da conflitti religiosi, disastrose condizioni economiche, politiche e morali, guerre tra Francia e Spagna, che impedirono la nascita di opere di qualsiasi genere), si presenta slegata, espressa nei vari idiomi locali. Con la nascita della lingua comune assistiamo allo sviluppo di una letteratura unitaria a carattere nazionale, a partire dalla fine del Seicento con G.B. Tana (Ël cont Piolet, commedia musicale, opera buffa; prima edizione a stampa con grafia normalizzata nel 1784) al Settecento, considerato il secolo d’oro con I. Isler, V. Cartiermetre e E.I. Calvo, il miglior poeta del secolo e, forse, di tutta la letteratura piemontese.
Nel 1783 esce la prima grammatica del medico di corte M. Pipin (che scrisse inoltre un dizionario e un’antologia per insegnare la lingua piemontese a Maria Adelaide di Francia), le cui norme grafiche, perfezionate nel 1784 da G. Gaschi, sono ancora in uso adesso, con poche variazioni.
Il poeta più rappresentativo del tormentato periodo risorgimentale è Angelo Brofferio. Nella seconda metà dell’Ottocento si assiste ad un periodo di grande decadenza e si cerca in ogni modo di livellare il paese, di cancellarne le differenze, prima fra tutte la lingua. La lingua piemontese diventa un “dialetto” e si diffonde la convinzione che prima o poi debba morire. È tuttavia il periodo delle grandi opere teatrali, all’avanguardia in tutta Europa, di G. Toselli, F. Garelli, L. Pietracqua, V. Bersezio con il suo capolavoro Le miserie ‘d monsù Travet, M. Leoni e i “poètes maudits”, gli anticonformisti A. Solferini e A. Ferrero.

La guerra al “dialetto” viene poi portata all’esasperazione in epoca fascista, quando, spesso, a scuola, chi si esprime in lingua locale viene punito severamente e addirittura vengono italianizzati i cognomi e i toponimi.
Questa decadenza, che sembrava inarrestabile, viene magistralmente arginata da Pinin Pacòt, che ripristina l’unità grafica della lingua sulla base della tradizione settecentesca. Assistiamo così al più grande exploit della letteratura piemontese, che vive nel Novecento il suo secondo secolo d’oro.
Intorno, direttamente o indirettamente, a Pinin Pacòt e alla sua Companìa dij Brandé (gli alari che proteggono la fiamma) fioriscono innumerevoli autori e importanti opere che si pongono come obiettivo la difesa della lingua, della tradizione, della storia, del carattere e della letteratura piemontesi: Nino Còsta, Nino Autelli, Luis Olivé, Armand Motura, Alfredo Nicola, Tòni Bodrìe, Camillo Brero, Tavo Burat… e l’elenco, lunghissimo, può continuare fino ai giorni nostri…
(a.c.)

 Piemontesi, minoranza etnica (5.2010)

 Piemonte: scorci di vita contadina – Country Life in Piedmont
(Archivio dell’Associazione Culturale Trata Birata)
Soundtrack music: Tre Martelli | www.tremartelli.it

  Castelli dell’Alto Monferrato – musica dei Tre Martelli

  

A l’arserca dle rèis piemontèise
 
La lenga piemontèisa a fà part ëd la branca branch ossidental ëd le lenghe neolatin-e (romanze) antan che l’italian a fà part ëd cola oriental.
Ël piemontèis a l’é formasse da l’idiòma selto-lìgur, andova che dzora a l’é entasse ‘l latin dij legionari roman. Ant ël temp a son intrà ‘dcò d’àutri vocàboj, an particolar da le lenghe avzin-e. Costa lenga comun-a (o koinè, paròla greca ch’a veul giusta dì lenga comun-a) a pòrta nen ëd dann ai parlé locaj e, ansi, da costi a séguita pijé ‘d sinònim e d’espression e, ant ël medem temp, a fà da rampar a coste.
Ij parlé locaj, o variant ëd la lenga piemontèisa, a son la manera ‘d parlé dle vàire region ëd Piemont; a son dovrà pì che àutr ant ël parlé – bele ch’a manco nen j’euvre literarie.
Ël piemontèis ëscrit a armonta al Sécol XII e soa prima gramàtica a pòrta la dàita dël 1783.
Le lenghe ciamà “volgar”, ch’a së spantio an tuta l’Europa romanisà pì che tut a partì dai Sécoj V e VI apr. G.C., a nasso da l’union ëd la lenga latin-a con le parlade dle popolassion locaj. Costi “dialet” latin, con ël temp, a son dventà lenghe, cheidun-a “dë stat” (fransèis, italian, spagneul…) e d’àutre ëd n’etnìa (catalan, provensal, piemontèis, ladin…).
Ij prim document piemontèis a son tre iscrission ant ël Dòm ëd Vërsèj (ancheuj ant ël museo Leon ëd la medema sità) e ant ël Dòm ëd Casal (XI/XII Sec.). Ël prim document literari a l’é ij Sermon Subalpin” (c.a 1150/1220). Antra j’àutri test rivà fin-a a noi a-i é ‘l Còdes ëd Noara (ch’a l’era guernà ant ël capìtol ëd la catedral) anviron dantorn al Dosent, un poemet antitolà La dita dël rè e dl’argin-a antërmesià dai Proverbi ‘d Fra Colomba ‘d Vincc.
Na documentassion bin pressiosa dij prim temp ëd nòsta lenga a l’é costituìa da ij “Statut ëd San Giòrs ëd Chér”. A son dël 1321, as goerno ant j’archivi dla Comun-a e a son la testimoniansa ‘d n’usage giurìdich dël piemontèis.
 
Valà un pcit santijon ëd piemontèis antich: un fragment ëd na làuda medieval, con aranda la version an Piemontèis modern.
  
 
Alla ricerca delle radici piemontesi
La lingua piemontese appartiene alla branca occidentale delle lingue neolatine (o romanze), mentre l’italiano appartiene a quella orientale.
Il piemontese si è formato dall’idioma celto-ligure, sul quale è innestato il latino dei legionari romani. Con il tempo sono penetrati anche altri vocaboli, soprattutto dalle lingue vicine. Questa lingua comune (o koinè, termine greco che significa per l’appunto lingua comune) non nuoce alle parlate locali, anzi, da queste continua a mutuare sinonimi ed espressioni, fungendo allo stesso tempo da loro difesa.
Le parlate locali, o varianti della lingua piemontese, rappresentano il modo di parlare delle diverse regioni del Piemonte; sono impiegate soprattutto nel parlato – anche se non mancano opere letterarie anche nelle varianti. Il piemontese scritto risale al Secolo XII e la sua prima grammatica porta la data del 1783.
Le lingue cosiddette “volgari”, che si diffondono in tutta l’Europa romanizzata in particolare a partire dal V / VI secolo d.C., nascono dall’unione del latino con le parlate delle popolazioni locali. Questi “dialetti” latini con il tempo sono diventati lingua, qualcuna “di Stato” (francese, italiano, spagnolo…), altre di un’etnia (catalano, provenzale, piemontese, ladino…).
I primi documenti piemontesi sono tre iscrizioni nel Duomo di Vercelli (oggi nel museo Leone nella stessa città) e nel Duomo di Casale Monferrato (XI/XII Sec.)
Il primo documento letterario è costituito dai Sermon Subalpin (c.a 1150/1220). Fra gli altri testi giunti fino a noi c’è il Codice di Novara (che era custodito nel capitolo della cattedrale) risalente intorno al Duecento, un poemetto intitolato La dita dël rè e dl’argin-a frammezzato dai Proverbi ‘d Fra Colomba ‘d Vincc (Vinchio).
Una documentazione preziosissima dei primordi della nostra lingua è costituita dagli “Statuti di San Giorgio di Chieri”. Sono del 1321, si conservano negli archivi del Comune e sono la testimonianza di un utilizzo giuridico del piemontese.

Ecco un piccolo esempio di piemontese antico: un frammento di una lauda medievale, con accanto la traduzione in piemontese moderno.

da la / dalla LAMENTATIO LACRIMOSA

Bin devema tuit piorer cum gran dolor
La dura mort del nostr bon creator,
chi vols morir per reymer li peccator
susa la crox assì gran desonor…
 
I dovoma bin tùit pioré con gran dolor,
la dura mòrt ëd nòstr bon Creator,
ch’a l’ha vorsù meuire për redime ij pecador
dzora la cros, con gran ëdzonor…

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