La lenga piemontèisa

La lingua naturale del Piemonte
Il piemontese («Piemontèis» e anche «Piemontés», ISO 639-3 pms) è la lingua naturale del popolo piemontese, che vive nella parte orientale del Paese di Piemonte-Savoia, nazione indipendente fino al 1860. È una lingua gallo-romanza che convive strettamente con lingue sorelle: il francoprovenzale/arpitano (lingua che conserva parecchi caratteri arcaici dello stesso piemontese), l’occitano/provenzale (lingua d’òc) e il francese (lingua d’oïl). In Piemonte è parlato anche il tedesco walser. Alcuni linguisti definiscono il piemontese una “lingua ponte” tra il sistema gallo-romanzo e le lingue dell’Italia cisalpina, così come il catalano è “lingua ponte” tra il gallo-romanzo e l’ibero-romanzo. Le differenze tra il piemontese e l’italiano sono tuttavia più marcate rispetto a quelle che separano il catalano dal castigliano (Sobiela-Caanitz 1986).

Dove si parla
Il piemontese si parla su tutto il territorio delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta (comprese le aree di altra lingua minoritaria) e si estende, al di là dei confini amministrativi, in provincia di Pavia e in Liguria, sconfinando anche in territorio francese, in zone tuttavia storicamente piemontesi. Una forte emigrazione conseguente all’unificazione dell’Italia ha esportato il piemontese soprattutto in Argentina (parlato anche da molti nativi ed oggi anche oggetto di corsi universitari), in Brasile, negli Stati Uniti e in altri Paesi. Si parla inoltre presso le comunità piemontesi emigrate in Francia, anche se la vicinanza con la lingua francese ne favorisce l’assimilazione. Come lingua dell’esercito si è parlato anche in Savoia e a Nizza. Non è vero, come afferma Wikipedia, che non sia parlato nei Comuni Walser della Valsesia e dell’Ossola, dove invece la popolazione autoctona germanofona è anche in grado di esprimersi nel piemontese locale. 

La lingua non ufficiale più parlata in Europa
Il Piemontese è stato de facto lingua di Stato per sei secoli (Gilardino 2010).
È attualmente (dati del 2005) patrimonio del 77% degli abitanti della regione amministrativa “Piemonte”, soggetta alla giurisdizione della Repubblica italiana: 2 milioni di persone ne hanno una competenza attiva e la utilizzano abitualmente; 1.140.000 ne ha una competenza passiva. È dunque la prima lingua d’Europa che ancora non gode di ufficialità o semi-ufficialità in regime di bilinguismo.
La rivendicazione dell’ufficialità va vieppiù maturando e, di fronte a oltre quarant’anni di rifiuti da parte dello Stato centrale, sta progressivamente abbracciando l’ipotesi indipendentista. 

Le origini del piemontese
La lingua piemontese nasce dal latino portato nella Gallia Cisalpina e sovrapposto alle preesistenti parlate celtiche e celto-liguri, che a sua volta subisce l’influenza di quello della Gallia Lugdunense e della Gallia Belgica (Sobiela-Caanitz 1986)Successivamente il lessico del piemontese subirà l’influenza degli idiomi germanici, provenzali, del francese, in parte dello spagnolo e, negli ultimi secoli, dell’italiano (toscano). La posizione geografica del Piemonte determinerà profondamente il carattere della lingua, staccandola dalla compagine italica e saldandola al blocco romanzo occidentale (Lüdtke) insieme a francese, occitano, catalano, spagnolo, portoghese; fatto, questo che la qualifica come “una porta verso tre lingue mondiali” (francese, spagnolo e portoghese – cfr. Sobiela-Caanitz; Pich 1987). 

Una lingua nazionale
Il Piemonte, la sua monarchia e il suo popolo sono stati lungo i secoli un soggetto politico, sociale e militare indipendente, con una propria diplomazia, un proprio sviluppo, una propria lingua, una propria cultura (Gilardino 2000) e un’identità ben specifica. Conseguentemente i Piemontesi hanno sviluppato una tradizione culturale e letteraria assai radicata (e che lo Stato italiano cerca in ogni modo di svilire e di far scomparire)Ciò ha fatto sì che i Piemontesi sviluppassero naturalmente una koiné della propria lingua nazionale (utilizzata come “tetto linguistico” - Dachspracherispetto alle varietà locali) che ha sempre goduto di grande prestigio. Per questo il piemontese, lingua popolare e nobiliare al contempo, è lingua di lavoro, di Stato, di preghiera, di guerra e di pace (Gilardino 2000).

La situazione giuridica
Il piemontese non gode di alcun riconoscimento normativo né di alcuna protezione. La politica nazionalistica e assimilatrice dello Stato italiano (che controlla totalmente l’università, l’editoria, la scuola e l’informazione) mira alla negazione della sua stessa esistenza e lo definisce arbitrariamente e spregiativamente “dialetto”. Per questa ragione lo ha escluso da ogni forma di tutela e ne ha addirittura proibito la legislazione per il suo sviluppo a livello locale.
La personalità evidente della lingua piemontese è stata invece riconosciuta dal Consiglio d’Europa, dall’UNESCO, dalla Regione Piemonte (dal 1990 al 2010, prima di un’imposizione di Roma) e da oltre duecento Comuni piemontesi; un documento del Consiglio Regionale del Piemonte del 1999 le ha riconosciuto lo status di “Lingua regionale del Piemonte”Si tratta pertanto di una lingua europea («lingua regionale o minoritaria» come definito dall’omonima Carta Europea) il cui riconoscimento risale al 1981 (Rapporto 4745 del Consiglio d’Europa); l’UNESCO la censisce nel Red book on endangered languages come lingua meritevole di tutela e potenzialmente in via di estinzione. 
Sotto l’aspetto scientifico è riconosciuto come lingua autonoma dai più grandi specialisti nel campo della Romanistica – ma… soltanto presso università non italiane! 
Il piemontese «è la lingua di un popolo coraggioso, intraprendente, creatore di dignità del lavoro. [...] Ignorare queste verità sulla natura dei popoli, sulle lingue ancestrali e sulla specifica storia della lingua e della gente piemontese è ignorare quel minimo che occorre per legiferare e governare. È gettare le basi per l’incomprensione e la coercizione che invariabilmente portano al divorzio tra le competenze e le intenzioni di chi legifera e governa e di chi sempre più a malincuore accetta di essere legiferato e governato» (Gilardino 2010).
Malgrado sia emersa chiaramente la grande importanza storica e sociale della lingua piemontese essa è oggi di fatto proibita nella scuola e in ogni sua espressione pubblica; i mezzi di informazione perseguono una campagna di sottovalutazione con l’obiettivo di limitarne gli ambiti d’uso. Un Movimento sempre più consistente è impegnato per l’ottenimento di un bilinguismo integrale sull’esempio della Catalogna e del Sud Tirolo; un obiettivo che, stante la situazione attuale, risulta raggiungibile soltanto attraverso la piena indipendenza politica.

Il «piemontese illustre»
Essendo storicamente la lingua parlata di una nazione (Clivio 1999) il piemontese ha sviluppato in maniera naturale una koiné (lingua comune sovradialettale) nel corso dei Secoli XVII-XVIII (vale a dire man mano che le due principali anime del Piemonte, Savoia e Monferrato, giungono all’unità politica). All’apice di questa elaborazione vi è la pubblicazione della prima Grammatica e del primo dizionario (1783) ad opera del medico cuneese Morissi Pipin, il quale ne codifica la norma scritta sulla base di consuetudini attestate fin dal Medioevo.
A partire dal Settecento il piemontese è una lingua ben rappresentata in vari e numerosi documenti, in particolare in tre generi che difettano nella produzione in italiano (per troppo tempo solo lingua arcadica e non lingua di Stato): il racconto-ballata, il teatro e il romanzo. Accanto vi è una debordante creazione orale, mai disgiunta dal gusto della nobiltà come dal favore popolare. In poche parole: in piemontese non è mai stato scritto nel medesimo vuoto sociale che ha accompagnato per secoli la scrittura in italiano; gli autori erano consci che i loro lavori sarebbero stati sottoposti al giudizio del pubblico (cfr. Gilardino 2010).
In piemontese comune si sono espressi numerosi poeti, prosatori e giornalisti provenienti da ogni zona del Piemonte. Pinin Pacòt stesso, colui che ha restaurato la dignità letteraria del piemontese, era originario del Comune astigiano di Anon (Castello di Annone).

Definizione di lingua piemontese
1. Una koiné sovradialettale (lingua standard) e non un dialetto municipale, compresa su tutto il territorio, dove spesso convive con varianti locali e con altre lingue storiche, affiancandosi ad esse senza sostituirle. 
2. Un continuum linguistico di varietà di tipo piemontese che mostrano una notevole unità morfologica, fonologica e sintattica (nonostante le differenze locali, che sono soprattutto fonologiche) e che si estendono su tutto il territorio delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta, comprese le aree di altra lingua minoritaria, giungendo fino all’appennino pavese e in Lomellina (oggi nella Regione Lombardia) e nelle aree storicamente piemontesi oggi in provincia di Savona (le alte valli delle due Bormide); tuttavia i confini linguistici non sono netti, ma ampie fasce di transizione (cfr. Sobiela-Caanitz 1998). Le carte linguistiche reperibili in rete sono, purtroppo, tutte fuorvianti, fatto che diffonde ulteriormente un’informazione errata e distorta.

Le più antiche attestazioni scritte 
Le prime testimonianze scritte pervenuteci di volgare piemontese risalgono al 900 d.C. e antedatano di almeno due secoli le prime attestazioni in volgare toscano (Gilardino 2010). Il primo documento letterario è costituito dai Sermoni Subalpini (Sermon Supalpengh, XII secolo), una singolare raccolta di ventidue omelie in volgare destinate alla formazione dei cavalieri templari, uno dei documenti più importanti nell’ambito delle lingue romanze in formazione. A partire dal Basso Medioevo il piemontese si afferma come lingua giuridica e amministrativa. Ci sono pervenuti atti notarili, commerciali e statuti.

La letteratura
Il piemontese è lingua di teatro, di romanzi, di lirica, di giornalismo per centinaia di anni (Gilardino 2010). Il primo autore del quale è noto il nome è l’astigiano Gian Giòrs Alion (1460-1529). A partire dal XVII Secolo la letteratura piemontese si sviluppa in quanto espressione della creatività di una nazione; per questa ragione le lettere piemontesi forniranno una produzione imponente per quantità e notevole per qualità, che abbraccerà tutti i generi,  dalla lirica al romanzo, alla tragedia, all’epica. Sempre nel Seicento si afferma anche un Teatro nazionale (Ël Cont Piolèt del marchese Carl Gian-Batista Tan-a d’Antràive). Il Settecento è l’âge d’or letteraria del Piemonte, dove il carattere nazionale tocca l’apice con poemi di argomenti di guerra che esaltano le gesta dell’esercito piemontese, il più delle volte in funzione antifrancese. Il secolo terminerà con la grammatica del Pipino, ma il definitivo slancio verso la nascita di una lingua di Stato verrà violentemente arrestato da un ventennio di occupazione francese che diffonderà le ideologie giacobine che di lì a mezzo secolo condurranno all’annientamento del Piemonte nell’amministrazione e nella cultura italiana. A cavallo di quest’epoca il piemontese diviene anche la lingua del teatro sociale, mezzo secolo prima che una tale coscienza civile facesse capolino nel romanzo e nel teatro in italiano (Gilardino 2010). Con la perdita dell’indipendenza la marginalizzazione è inevitabile anche se, nonostante una parte della letteratura si ripieghi su sé stessa, una grande fioritura di periodici interamente in piemontese dimostra una chiara volontà di rivendicazione dell’identità subalpina. Questa, malgrado le difficoltà messe in atto dal nazionalismo italiano, matura negli studi condotti da personaggi-chiave quali Pinin Pacòt e Arrigo Frusta e si rianima nei loro discepoli (Companìa dij Brandé), toccando i massimi livelli letterari e geminando a margine esperienze in diversi àmbiti. La lingua viene ripulita dalle influenze dell’italiano (barba Tòni Baudrìe), acquista nuove tematiche espressive (Luis Olivé, Tavo Burat), diviene oggetto di studi scientifici (Gianrenzo P. ClivioCamillo BreroRenzo Gandolfo), lingua veicolare giornalistica (Pinin Pacòt, Alfredino Nicòla, Censin Pich), lingua di istruzione scolastica (Sergi Hertel, Camillo Brero) e si segnala per la produzione di prosa critica e scientifica. [Per una maggiore conoscenza della storia letteraria è fondamentale l'opera più aggiornata di G.P. Clivio, Profilo di Storia della Letteratura in piemontese, Torino 2002]. Vedere anche la sezione Mille anni di Letteratura Piemontese  

Studî, grammatiche e dizionari
La prima grammatica viene elaborata nel Secolo XVIII quasi in contemporanea da Vidon Gasch ëd Bourget e Villarodin (1773) e da Morissi Pipin e pubblicata dallo stesso Pipin nella Reale Stamperia di Torino (1783), indice di un percorso verso l’utilizzo ufficiale, che verrà stroncato dall’invasione francese del 1796. Una grammatica più completa uscirà nel 1933 (Artur Aly Belfàdel), mentre la grammatica normativa più importante, e che codifica la grafia tradizionale oggi adottata, è la “Gramàtica piemontèisa” di Camillo Brero (1967), un vero best-seller in Piemonte, comparso in più edizioni e tradotto anche in italiano. Numerosi, a partire da allora, le grammatiche, i dizionari e gli studi scientifici – redatti anche in piemontese – aventi per oggetto il piemontese illustre come le sue varietà locali.
Il web ha portato la conoscenza della lingua piemontese a gente che non aveva avuto l’occasione di praticarla e oggi vi si trovano facilmente grammatiche e dizionari che contribuiscono a un’alfabetizzazione della popolazione altrimenti impossibile nel contesto formativo statale. L’ostracismo della scuola produce inevitabilmente una conoscenza superficiale da parte di coloro che non ne approfondiscono lo studio; di conseguenza in rete è facile trovare anche testi non scritti correttamente o riportanti notizie non veritiere in merito alla situazione sociolinguistica del piemontese (sovente redatti in maniera fraudolenta). Si consiglia pertanto di prestare sempre molta attenzione a quanto si può reperire in rete e a rifarsi comunque ai testi di riferimento (la citata Gramàtica del Brero in primis).  

La grafia del piemontese
Il piemontese si scrive rifacendosi alla tradizione settecentesca, a sua volta rispettosa dei più significativi codici medievali. La definitiva standardizzazione, proposta e guidata dallo studioso e letterato Pinin Pacòt, è avvenuta nel corso del XX secolo dopo ampi dibattiti tra gli specialisti: nel 1930 è stata stabilita la norma e nel 1967 sono state apportate alcune precisazioni, soprattutto per rendere con maggior precisione gli omofoni. La presenza di una grafia comune storica, con la quale è possibile scrivere il piemontese illustre come ogni varietà locale, ha costituito un grande vantaggio alla stabilità della lingua e alla sua diffusione. 

I caratteri principali del piemontese
I caratteri tipologici del piemontese sono marcatamente diversi dall’italiano e gli abitanti di altre regioni, eccetto in parte quelle contigue, non sono in grado di capirlo né in forma orale né in forma scritta. Sono lampanti le affinità con il francese, l’occitano/provenzale e il catalano. 
Il piemontese è assai diverso dall’italiano sotto l’aspetto fonologico, morfologico e sintattico, e pure la sua tradizione lessicale è per la maggior parte straniera alla lingua di Dante. 
Lo stesso Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, nei primi anni del XIV Secolo nega l’italianità della lingua parlata a Torino e ad Alessandria.
Il grande linguista Heinrich Lausberg (1912 – 1992) in Romanische Sprachwissenschaft (1956-66) colloca il piemontese nella Romània occidentale, contrapposta alle lingue della Romània orientale della quale fa parte l’Italia centrale e meridionale, Corsica, Romania e Moldavia. 


Scrivere il piemontese | (in italiano)
 Escribir el piemontes | (en castellano)

 Sla grafìa piemontèisa


“Risultano due aree compatte che contrastano: l’una che comprende quasi tutta l’Italia (Lombardia e Liguria incluse) ed anche l’arco alpino (Grigioni, Friuli), e l’altra di cui fanno parte piemontese, francese, occitano, catalano, spagnolo, portoghese, cioè un grande blocco romanzo occidentale. (…) il Piemonte, insieme con una frangia occidentale del ligure, forma un’area compatta con la Francia e la penisola iberica. (…) Il Piemontese, più che nessun’altra lingua regionale d’Italia, presenta delle innovazioni che lo staccano dal resto della compagine italiana e, nel contempo, lo saldano al blocco occidentale”.

Prof. Helmut Lüdtke, Universität Kiel

“It should be observed in passing that, vis-à-vis Italian and French Piedmontese must be considered a separate language”.
Prof. Gianrenzo P. Clivio, Harvard University

 Diciarassion dël prof. G.P. Clivio (1999)

“Piedmontese is from every linguistic point of view a language, distinct from Italian on the one hand and French on the other, with a long tradition of writing and grammatical study”.
Prof. Einar Haugen, Harvard University

“Non c’è dunque nessun dubbio che il piemontese, come il lombardo e il ligure, sia tipologicamente ben differente dall’italiano e che si avvicini di più al francese sotto molti aspetti. In termini esclusivamente linguistici è inconte-stabilmente una lingua a parte, una “lingua per distanza” rispetto all’italiano e per niente un “dialetto”. Questo punto di vista è largamente diffuso tra gli specialisti. (…) Il criterio della distanza strutturale separa il piemontese dall’italiano ben più chiaramente che, ad esempio, il portoghese dallo spagnolo”.
Prof. Georg Bossong, Università ‘d Zürich

 G. Bossong: Scrivere in una lingua regionale: l’esperienza piemontese considerata dall’esterno (2000)

“Il piemontese è sorto dalle lente e progressive trasformazioni del latino nel Ponente del bacino del Po. La peculiarità di quell’evoluzione proviene dalle influenze congiunte di due aree celtiche: quella cisalpina, e specie in essa la parte traspadana, tra Benaco e Dora Baitea, e quella transalpina, massime il triangolo Avenches-Treviri-Autun. Da quest’ultima città con la prestigiosa scuoia di retorica si andò diffondendo una forma pregiata di latino in bocca gallica: tale irradiazione per le strade del Grande e dei Piccolo San Bernardo raggiungeva il bacino padano ove rafforzava il sostrato celtico della Sesia e di Mediolanum. la metropoli sempre più fiorente dell’intera Italia settentrionale. Nel tardo terzo secolo, tra Milano e Treviri. due delle quattro capitali imperiali, passando da Ivrea e dalle importanti città di Avenches e Besançon, si strinsero naturalmente legami più stretti che non con Roma. La formazione dell’idioma piemontese deve perciò essere studiata in quel complesso territoriale che va dal Benaco al Mar Ligure ed alla Manica.
D’altra parte, lo stesso Dante Alighieri, padre maggiore della lingua italiana, osservava che la lingua parlata nel sud del Piemonte odierno non si poteva considerare appartenente alla famiglia delle parlate italiane”.
Prof. Guiu Sobiela-Caanitz, Università ‘d Salisborgh

“Italian was adopted as the ‘national language’ to mould the very diverse regions of Italy into one cohesive polity. The doctrine adopted was that dialects of Italy must be ‘Italian dialects’, with close historical and cultural affinity. […] Objective criteria for the affiliation of dialects were ignored.”
(cit. ‘The Romance Languages’ [2008: 212] by Rebecca Posner).
Many Italian ‘linguists’ still abide to that doctrine today.  



ALCUNI DOCUMENTI E DICHIARAZIONI SULLA LINGUA PIEMONTESE

► Dichiarazione del prof. Georg Bossong (Universität Zürich) - 2000
► Dichiarazione del prof. G.P. Clivio (Harvard University, University of Toronto) - 1999
► O.d.g.1118/99 del Consiglio Regionale del Piemonte - 1999
► Diciarassion dij Rapresentant dël Pòpol Piemontèis an sla Lenga Piemontèisa (Carta ‘d Lissandria) - Consulta për la Lenga Piemontèisa, 5.4.1998
► Quaderno di ricerca IRES 113 (in collaborazione con l’Università di Torino – 5,5 Mb) - 2007


QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO PER LA TUTELA DELLE MINORANZE NAZIONALI E LINGUISTICHE

Di seguito una serie di leggi e provvedimenti che riassumono la tutela delle lingue minoritarie in campo internazionale, europeo, ed italiano:

Rapport sur les langues européennes menacées de disparition et la diversité linguistique au sein de l’Union européenne (Rapport Alfonsi, 26.6.2013)
 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – 10.12.1948 
 Convenzione contro la Discriminazione nel Settore dell’Istruzione – 14.12.1960 (in english) 
Parlamento Europeo - Risoluzione su una Carta comunitaria delle lingue e culture regionali (“Risoluzione Arfè”) – 16.10.1981 
UNESCO – Dichiarazione sulla Diversità Culturale – 6.8.1982 (in english) 
Parlamento Europeo – Risoluzione “Kuijpers” sulle lingue e le culture delle minoranze etniche e regionali nella Comunità europea – 30.10.1987
ONUDichiarazione sui diritti delle persone appartenenti alle minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche – 18.12.1992 
Unione Europea – Carta europea delle lingue regionali o minoritarie – 1992  (► Estratto della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (insegnamento)
Unione Europea – Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali – 1995 
► Dichiarazione Universale Sui Diritti Linguistici  – Conferenza Internazionale Sui Diritti Linguistici – Barcellona, 9.6.1996 
UNESCO – Dichiarazione universale sulla diversità culturale – Parigi, 2.11.2001
Parlamento Europeo – Risoluzione sulle lingue europee regionali e meno diffuse – (Risoluzione Ebner) – 4.9.2003 
UNESCO – Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale - 17.10.2003
ONURisoluzione sui Diritti delle Persone appartenenti alle Minoranze nazionali o Etniche, Religiose e Linguistiche – 20.4.2004 (in english) 
ONUConvenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali – Parigi, 20.10.2005 (Ratificata dall’Italia con la Legge 19 .2.2007, n. 19) 
 Risoluzione sulle lingue europee a rischio di estinzione e la diversità linguistica nell’Unione europea - Parlamento Europeo, 11.9.2013 ( en français)
► Costituzione della Repubblica Italiana (art. 6)  


ALCUNI ARTICOLI DI POLITICA LINGUISTICA CON RIFERIMENTO ALLA LINGUA PIEMONTESE


ALCUNI ARTICOLI SCIENTIFICI


SUL BILINGUISMO


► La lenga piemontèisa a l’ha ‘dcò un sò protetor ant ël Siel

L’«Iscrission dël Pëscador ëd Casal», mosàich ant ël Dòm ëd San Vas a Casal, un-a dle pì antiche testimonianse ‘d piemontèis ëscrit.

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