1845: i massoni prendono il potere negli Stati di Savoia

Il vero obiettivo non troppo dichiarato dei propugnatori dell’unità d’Italia è in realtà l’annientamento della religione cattolica. Essi sono convinti che la Chiesa scomparirebbe in breve tempo qualora dovesse perdere il potere temporale. Roma e lo Stato Pontificio sono pertanto la preda più ambita, l’unità d’Italia e la “cacciata dello straniero” non sono che pretesti per agitare gli animi.

Questa ipotetica situazione politica stabilirebbe a Roma la capitale del nuovo Stato italiano – laicista sul modello francese, intriso di suggestioni pagane e “imperiali” – in sostituzione della capitale della Cristianità. 

Falliti miseramente i tentativi insurrezionali dei carbonari, la massoneria cambia strategia. Per ottenere gli obiettivi che non sono stati raggiunti con la violenza [1] i “fratelli” decidono di sovrapporsi ai moderati cercando di camuffare la rivoluzione da riformismoL’azione dei rivoluzionari si è infatti dimostrata incapace di coinvolgere le popolazioni in un progetto che, d’altronde, cozza contro i loro valori e i loro stessi interessi. I colpi di mano (i cosiddetti moti) possono destabilizzare la politica, ma per un’invasione dello Stato Pontificio è necessario disporre di un esercito vero.
 
Pertanto, se non si riesce a sovvertire la situazione “dal basso” bisogna imporre il nuovo stato di cose “dall’alto”, coinvolgendo personaggi autorevoli (istituzioni, Stati, eserciti…) che possano realizzare il programma delle logge.
 
Chi potrà in futuro invadere gli Stati del Papa? Soltanto un altro Stato. È quindi necessario coinvolgere, rendere “complici” – magari anche controllare – le istituzioni di uno Stato.
 
Il Lombardo-Veneto è una provincia imperiale, il Regno delle Due Sicilie ha dimostrato di non volere sposare le tesi rivoluzionarie, gli altri Stati non dispongono di un vero esercito.
Invece, sotto l’aspetto militare, gli Stati di Savoia sono paragonabili alla Prussia. D’altronde, chi trarrebbe vantaggio da un simile bizzarro progetto? Chi possiede i mezzi economici, diplomatici, organizzativi e militari per impadronirsi, con un’invasione armata, degli Stati della penisola fino a raggiungere Roma?
 
Il soggetto individuato è pertanto – anche solo per esclusione – Casa Savoia; i mezzi sono i soldati dell’esercito degli Stati Sardi – volenti o nolenti – e l’organizzazione sabauda; i mezzi economici sono rappresentati dal denaro raccolto dai massoni inglesi e americani, Rotschild in testa: cifre praticamente illimitate.
 
È vero che il Piemonte-Savoia è uno Stato “straniero”, che nulla ha da spartire con un’ipotetica Italia; tuttavia, in previsione di strumentalizzarlo per la rivoluzione italiana già da alcuni anni le organizzazioni massoniche si sono impegnate a promuovere, sul versante piemontese degli Stati di Savoia, un vasto programma di italianizzazione a tutti i livelli della società.
 
Non essendoci ancora il governo costituzionale, il cambiamento di strategia politica deve coincidere con una decisione del re, che in quel momento è Carlo Alberto di Savoia-Carignano.
 
Individuati soggetto e mezzi, per portare a termine questa missione manca soltanto un ambasciatore credibile, un moderato inserito negli ambienti giusti che abbia la possibilità di rapportarsi faccia a faccia col Re. 

Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866), congiurato per noia che, nel 1845, consegnò materialmente gli Stati di Savoia alla massoneria. Fu poi Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852 (Publifoto/Olycom)

«Per far trionfare il proprio punto di vista assolutamente minoritario, i liberali ricorrono a una strategia che si potrebbe definire “coperta”: da un lato provano in ogni modo a infiltrarsi all’interno della Chiesa per condizionarla dal di dentro (questo obiettivo viene espresso con massima chiarezza in una circolare del 1819 inviata alle varie logge dell’Alta Vendita) [2]; dall’altro colgono ogni possibile occasione per definirsi cattolici perfettamente ortodossi; da ultimo, promuovono sul piano interno e internazionale una campagna di denigrazione e falsificazione sistematica sulle condizioni di tutti gli Stati italiani a eccezione del Piemonte.
Si distingue in quest’opera il cattolico Massimo D’Azeglio, teorizzatore della “congiura” all’aria aperta. In I miei ricordi racconta egli stesso del suo incontro a Roma con il “settario” Filippo e del suo aderire alla cospirazione filosabauda per l’ottima ragione di voler scampare alla noia e alla depressione (“perché provavo il bisogno d’aver un’occupazione che sopraffacesse nell’animo mio i pensieri che mi tormentavano”, per “aver un modo di passar la malinconia, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione”).
Con questi sistemi, uniti alla capillare corruzione dei quadri dell’esercito borbonico, la massoneria ritiene di poter convincere la popolazione che sotto i Savoia si può vivere la propria fede in modo più cattolico che sotto il Papa; che i liberali incarnano gli autentici desideri di Cristo meglio del suo presunto Vicario terreno; che la Chiesa può tornare all’originario splendore quando privata delle preoccupazioni terrene, vale a dire quando tutte le proprietà che possiede e che le sono state donate dalla pietà dei fedeli (compresi i conventi in cui vivono monaci e frati con i relativi edifici di culto, i libri, i quadri, le sculture, gli oggetti e gli arredi sacri, incluso ovviamente lo Stato che le appartiene), saranno diventate possesso di quei nobili e borghesi anticristiani che le sapranno far fruttare debitamente in nome delle regole del profitto e del libero mercato». [3] 

D’Azeglio accetta l’incarico con entusiasmo «per aver modo di passar la malinconia, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione»! Rubrichiamo la depressione del conte D’Azeglio e il suo anelito romantico per l’avventura fra le cause dell’unità d’Italia.
 
D’Azeglio dovrebbe quindi recarsi dal re e persuaderlo a porsi lui stesso alla guida della conquista (strategicamente definita lotta per la libertà e l’indipendenza) dell’Italia (dell’Alta Italia: Carlo Alberto aspirava a questa). Compito relativamente facile: Carlo Alberto ne guadagnerebbe in potenza, ricchezza e, in più, gloria quanto basta per venire ricordato come “liberatore dei popoli dall’oppressore” piuttosto che come tentenna.
 
Ma prima ancora di recarsi dal Re D’Azeglio deve svolgere un incarico altrettanto delicato: convincere tutti i fratelli massoni che questa è finalmente la strategia vincente, poiché è prevedibile una certa diffidenza nel consegnare il compito di cancellare gli Stati del papa proprio a un odiato monarca, per giunta piemontese e già con addosso la nomea di traditore: fu lui nel ’21 a tirarsi indietro all’ultimo momento mandando a monte il colpo di mano. 

Re Carlo Alberto di Savoia-Carignano
(1798 – 1849)

Timori ingiustificati: in realtà Carlo Alberto è un illuminista convinto. Uomo estraneo alla cultura piemontese, è figlio del principe Carlo Emanuele, del ramo cadetto dei Savoia-Carignano, e di Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia. Il padre fu educato in Francia nell’ideologia illuministica, la madre era una convinta giacobina. [4] Quando nel 1798 il Piemonte fu invaso dai francesi rivoluzionari – proprio l’anno della sua nascita – suo padre salutò la Francia liberatrice e si fece repubblicano rinunciando ai suoi remoti diritti alla Corona [5]. La madre, vestita alla cittadina, «percorreva le vedette dove suo marito montava la guardia, ed esprimeva i suoi sentimenti in modo tanto patriottico che la gente se ne scandalizzava». [6]
Ciononostante i francesi confiscarono loro i beni e spedirono la fervorosa famigliola nei dintorni di Parigi, sotto la sorveglianza dalla polizia. Morto il padre, la vedova si risposò con il figlio di una ex dama d’onore della regina Clotilde, uno dei fatti che indussero re Vittorio Emanuele I, esule in Sardegna, a rompere con lei ogni rapporto. [7] Vittorio Emanuele I cercò in ogni modo, inutilmente, di sottrarre Carlo Alberto alla madre, accusata di «impartire un’educazione diabolica al giovane principe». [8]
A quattordici anni la madre ne affidò l’educazione a un pastore protestante a Ginevra [9]; non ebbe, quindi, la formazione di un erede di una delle più antiche dinastie cattoliche d’Europa e già nel 1816 la regina Maria Teresa poté scrivere di lui: «Egli non ha che la sola religione naturale, senza nulla credere nella rivelata». [10]
Carlo Alberto non avrebbe mai dovuto regnare; ciò avvenne perché tutti i cinque figli di re Vittorio Amedeo III morirono senza eredi maschi, portando all’estinzione di Casa Savoia (1831) [11]. Fu così che il giovane francese, erede del ramo secondario dei Savoia-Carignano, si trovò sul trono: «[…] anche se ora sono sul trono, ho sempre gli stessi sentimenti per il fabbricante di lumi con cui dividevo il letto» [12]. 

Considerata la storia personale del re, D’Azeglio sfonda pertanto una porta aperta; più difficile, invece, convincere i fratelli che questa volta il tentennante sovrano non avrebbe voltato gabbana. La tesi dell’eclettico conte è comunque convincente – oltreché interessante: quando il ladro ruba per sé, si può star certi che faccia sul serio [13] Secondo D’Azeglio, Carlo Alberto si sarebbe messo a capo della rivoluzione e, questa volta, non avrebbe più tradito, perché la posta in gioco era un enorme ingrandimento dei suoi Stati.
 
D’Azeglio è animato dall’unico scopo di conseguire avventurosamente il risultato, di poterlo raccontare nei suoi ricordi e non tornare a sprofondare nella melanconia: è essenzialmente un narcisista, un bohémien che non trae vantaggi materiali dalle sue azioni e non ambisce alla ricchezza. Ma chi è questo nuovo padre della patria che spunta a ordire congiure all’aria aperta e campagne di disinformazione contro lo Stato Pontificio e l’Austria cattolica? 

Massimo Taparelli D’Azeglio si presenta come un pitor ëd mësté [14]. Durante l’occupazione francese del Piemonte la sua famiglia rifiutò il giuramento, fatto che costò loro la confisca dei beni, il saccheggio del palazzo di famiglia e l’esilio a Firenze.
Dopo il ’14 Massimo rientra a Torino, ma per poco. Accompagnando il padre a Roma, vi si ferma a vivere da dissoluto fino ai ventun anni. Alla Venaria è poi ufficiale del Piemonte Reale, ma la bisboccia lo richiama al galoppo la sera a Torino fino alle cinque del mattino. Riferisce lui stesso di aver galoppato una volta per La Venaria vestì da àngel. Dimissiona dall’esercito e torna a Roma a fare il pittore; lo si ricorda in un carnevale mentre canta in trio con Paganini e Rossini vestiti da donna. Ha una figlia da una contessa, che dopo lo lascia. Ama stare a Milano, dove il governo è più tollerante (e i suoi quadri si vendono bene). Scrive l’Ettore Fieramosca per fare discutere la gente, una curiosa storia d’amore dove degli italiani sconfiggono dei francesi in un torneo (e i Piemontesi sono dalla parte dei Francesi). In rotta col fratello Roberto per l’eredità del padre, decide di sposare, senza averla mai vista prima, la figlia di Alessandro Manzoni per fuggirsene, trovare un buon appoggio per l’Ettore Fieramosca ed incassare la cospicua dote (che riuscirà anche a farsi più che raddoppiare). Diviene, come dice lui, cognato dei promessi sposi e padre di un’altra figlia, poi vedovo inconsolabile; dopo meno di un anno sposa la cugina – vedova – della moglie (mantenendo la parentela coi promessi sposi); si separeranno da buoni amici e la moglie si consolerà, pare, con Giuseppe Giusti. 

Gran parte delle fandonie che circolano in quegli anni sul malgoverno e l’oppressione nello Stato Pontificio e nei territori dell’Impero d’Austria prendono vita dalle calunnie scritte da D’Azeglio. Il quale, peraltro, si smentirà nei suoi ricordi. «Qual è l’opinione, l’idea, il pensiero che non si possa dire o stampare oggi in Italia, e sul quale non si possa discutere e deliberare? Qual è l’assurdità o la buffonata, o la scioccheria che non si possa esporre al rispettabile pubblico in una sala o su un palco scenico di qualche teatrino […]? Basta andar d’accordo col codice civile e criminale; del resto potete a piacimento radunarvi, metter fuori teorie politiche, teologiche, sociali, artistiche, letterarie, chi vi dice niente?» [15]Non propriamente la descrizione di un clima oppressivo.
 
L’incontro risolutivo fra l’emissario della massoneria Massimo d’Azeglio e re Carlo Alberto (ampiamente romanzato ne I miei ricordi) avviene nel 1845: è l’anno in cui il «nuovo» Piemonte prende il sopravvento. Mai il Re avrebbe potuto esporsi in prima persona aderendo per primo alle idee liberalmassoniche; D’Azeglio, su incarico delle logge, glie ne fornisce l’occasione, sobillandone inoltre l’interesse e l’ambizione. 
 
Come gli Stati di Savoia non sono un paese “italiano”, e per questo lo si sta forzatamente “italianizzando”, è anche uno dei Paesi più cattolici d’Europa; come avrebbe potuto un domani, dopo Carlo Alberto, aggredire la capitale del Papa?
Alla preventiva opera di spiemontizzazione si affianca quindi un’altra preventiva opera di scristianizzazione del Regno di Sardegna, con il decisivo aiuto degli Stati non cattolici (Inghilterra) o di quelli dove il processo di scristianizzazione è già in stato avanzato (la Francia).
 
Chi avrebbe preso le difese dello Stato Pontificio? L’erede del Sacro Romano Impero, l’Austria, che è anche l’alleato storico del Piemonte.
Si rende quindi impellente allontanare il Piemonte dall’Austria al punto di creare una frattura insanabile. D’altronde il primo passo verso Roma è necessariamente la conquista del Lombardo-Veneto, regione dell’Impero asburgico. Sconfitta l’Austria la strada per Roma sarà poi tutta in discesa.
 
Con la cooptazione della nuova Casa regnante (i Savoia-Carignano) i liberalmassoni (fortemente minoritari, ma di concerto e con l’appoggio della massoneria internazionale) possono procedere alla progressiva sostituzione del vecchio Piemonte con uno nuovo, spiemontizzato, scristianizzato, nemico dell’Austria, pronto a muovere guerra per accaparrarsi Roma.
I massoni occupano in numero sempre maggiore i posti-chiave (direzione dei giornali, posti nella scuola e cattedre universitarie e, dopo il ’48, ministeri, ecc.) con l’obiettivo di cambiare l’aspetto antropologico del Piemonte.
 
Il progetto rivoluzionario massonico correva però il pericolo di essere superato da un progetto alternativo che lo avrebbe vanificato: l’avvicinamento tra gli Stati sotto la guida del papato. Una Lega Federale era già stata proposta nel 1833 da Ferdinando II delle Due Sicilie; in seguito Pio IX appoggia l’idea di costituire una Lega doganale, preludio di una federazione, che taglierebbe la strada alle aspirazioni liberalmassoniche di sovvertimento della società e, al contempo, soddisferebbe gli interessi borghesi come le pulsioni romantiche. In più, senza inutile spargimento di sangue.
 
Ma ormai Carlo Alberto si è affratellato e si è reso funzionale al “cambio di mentalità”. Ora si sente forte, protetto dalle potenze massoniche, e manda a dire che farà da sé, che il re d’Italia sarà lui solo. Il Piemonte (il secondo Piemonte, quello liberalmassonico) fa ora parte a pieno titolo di quegli Stati stranieri che, per i loro scopi, difendono l’azione delle sètte liberali e rivoluzionarie. 
 
Il ministro degli esteri piemontese, il conte  Clemente Solaro della Margarita, cattolico, consiglia al re di guardarsi dalla politica liberale e gli indirizza un Memorandum che oggi suona profetico: «La corona d’Italia sarà una corona mal acquistata che presto o tardi sfuggirà dalle mani di chi se ne sarà impadronito con un progetto politico opposto a quello voluto da Dio» [16]. Solaro della Margarita non manca di augurarsi che Casa Savoia accresca il suo potere, ma «senza lesione di giustizia» [17].
Per risposta Carlo Alberto mette alla porta il suo fedele ministro.
 
Il conte Clemente Solaro della Margarita diventerà il punto di riferimento politico (purtroppo privato di qualsiasi potere) dei “veri” Stati di Savoia e, per questo, verrà bollato dagli storiografi come retrivo, retrogrado, codino, reazionario, vecchio e sorpassato.
 
Il trono di Savoia-Carignano, ormai modernamente votato alla causa massonica, si avvia verso la conquista dell’Italia, assecondando il progetto delle logge.
 
L’altro Piemonte (quello grazie al quale oggi il nostro popolo è ingiustamente calunniato) ha preso il sopravvento. È ancora largamente minoritario, ma sta piazzando le sue pedine per indurre la popolazione a cambiare mentalità. E i mezzi non gli mancheranno: come si scrivevano tra loro i carbonari, «schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie […]; una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove» [18].

◄ Storia degli Stati di Savoia

Note:
1. Angela Pellicciari, Risorgimento ed EuropaVerona 2008, p. 25.
2. Cfr J. Crétineau-Joly, L’Église romaine en face de la Révolution, II, Paris 1861, pp. 76-78.
3. Cit. da Angela PellicciariUna guerra civile tra cattolici e massonisu Studi Cattolicin. 437/438, Luglio/Agosto 1997.
4. Paolo Pinto, Carlo Alberto, Milano 1986/’90, p. 12.
5. Paolo Pinto, cit., p. 13.
6. Costa de Beauregard, Le prologue d’un Règne. La jeunesse du roi Charles Albert, Paris 1889, p. 10.
7. Paolo Pinto, cit., p. 14.
8. Domenico Perrero, Gli ultimi reali di Savoia del ramo primogenito ed il principe Carlo Alberto di CarignanoTorino 1889, pp. 24-27.
9. Luigi Cibrario, Notizie sulla vita di Carlo Alberto iniziatore e martire dell’indipendenza italiana, Torino 1861, p. 99.
10. Arturo Segre, Vittorio Emanuele I, Torino 1917, p. 183.
11. Dei cinque figli maschi del re Vittorio Amedeo III il primogenito Carlo Emanuele IV divenne re di Sardegna nel 1796; rifugiatisi in Sardegna, nel 1802 subentrò sul trono il fratello Vittorio Emanuele I, che nel 1814 ritornò nel Piemonte liberato. Poiché gli altri fratelli Maurizio Giuseppe e Giuseppe Placido erano morti rispettivamente nel 1799 e nel 1802, quando Vittorio Emanuele I abdicò nel 1821, salì al trono l’ultimo fratello rimasto, Carlo Felice. Nessuno dei figli di Vittorio Amedeo III ebbe discendenza maschile, salvo Vittorio Emanuele I il cui figlio Carlo Emanuele scomparve però ne1799. Con la morte di Carlo Felice si conclude la plurisecolare storia del ramo principale di Casa Savoia.
12. Antonio Manno, Informazioni sul Ventuno in Piemonte, Firenze 1879, p. 36.
13. Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europa, cit., p. 26.
14. Carlo Moriondo, Questi Piemontesi, Ciriè 1990.
15. Citato in Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europacit., p. 26.
16. Citato in Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europacit.p. 22.
17. Citato in Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europacit., p. 22.
18. Citato in Angela Pellicciari, Risorgimento ed Europacit., p. 15.

Powered by WordPress | Deadline Theme : An Awesem design by Orman